Viaggio nella terra dei Sioux cui è stata strappata l’anima


Un film su una famiglia Sioux. Il solito western, magari crepuscolare!

Certo, ci sono gli indiani, ci sono i bianchi, i bianchi vendono liquori agli indiani, ci sono dei fucili, ci sono gli animali, i cavalli, le mandrie. Ci sono gli scontri, le vendette. Il posto è il Nuovo Messico, praterie, aride praterie. Ci sono quelli che muoiono in guerra. C’è la musica country.

Ma….il luogo più che una prateria è una distesa deserta, inospitale. Le mandrie in realtà sono mucche allevate in capannoni dagli Indiani. I bianchi vendono birra ai Native Americans (gli unici nativi, Trump è un European American) ma non c’è nulla di illegale. Perché stanno fuori dal Territorio Indiano. Di fucili se ne vede solo uno e serve per uccidere un cane malato e per sparare ai cartelli che indicano il Territorio Indiano.

Siamo in una Riserva Indiana, a Prairie Wolf, nel Nuovo Messico. In questo posto desolato abitano degli Indiani Sioux e siccome all’interno della riserva è vietato l’uso di alcolici, compresa la birra, dove la riserva finisce ci sono i bar che vendono la birra agli Indiani.  Chi sterminò i famosi Comanche, padroni delle immense praterie, non furono i soldati blu ma le malattie e l’alcol. Dunque i bianchi vendono la birra agli Indiani e molti di loro passano la giornata sdraiati per terra a bere, non avendo un lavoro, non avendo nulla da fare se non bere. E molti sono diventati alcolisti.

Come molte Riserve Indiane il posto è di una desolazione totale. Anche i cani che ci vivono sono disperati. Il film parla della terra, della terra dei Sioux, ovvero della mancanza di una terra degna di questo nome, perché senza la terra manca l’anima. E a questi Sioux manca l’anima. Le loro facce sono esattamente quello che ci si aspetta da un Sioux, grande guerriero delle praterie. Le facce sono segnate, ma non si può fare a meno di pensarli vestiti da Indiani come si vede nei film di Indiani. C’è il guerriero, il valoroso, ma anche l’ubriaco che va ad elemosinare una birra, il teppista che spara ai cartelli stradali. E ci sono i bianchi che approfittano della situazione, lucrano sul contrabbando, cacciano e picchiano i più fastidiosi dei mendicanti Indiani. Ma fanno una vita schifosa anche loro.

Pochi riescono a resistere. Uno in particolare, che da solo è riuscito ad uscire dal tunnel dell’alcol. Ed è ancora capace di avere un suo orgoglio, una sua presenza nel territorio. Anche se è vestito con dei jeans tutti strappati e magliette anonime. Ed intorno a lui c’è il nulla.

Il luogo del bar è un incrocio desolato dove si sdraiano a morire i cani, dove la giornata passa sdraiati al sole.

È la storia di un popolo senza storia, senza più futuro, senza più nulla. Ed anche questo si vede sulle facce dei Sioux, non hanno più le piume, non hanno più i cavalli, non hanno più nulla. Chissà come gli hanno assegnato quel luogo, quel limbo dove si può forse sopravvivere. E dove c’è la polizia tribale che controlla solo il traffico di qualche lattina di birra. Inutile come gli altri.

È la storia di una famiglia, i Denetclaw, una mamma, una straordinaria indiana Sioux che sa che cosa vuole, che vuol far vivere nel miglior modo possibile i suoi figli che sono grandi, hanno figli già grandi ma dalla mamma dipendono. E’ lei che accompagna in auto (chi li ha più i cavalli?) il figlio alcolista che va ad ubriacarsi e gli dà gli spiccioli per la birra, che non bastano, E’ lei che mantiene quelli che non lavorano, che si rifiutano di lavorare, senza avere nessuna speranza se non quella del proprio atteggiamento etico che le impone di cercare di tirare avanti.

Uno solo è andato via da quell’inferno, capitano dell’esercito, muore combattendo altri nativi in Afghanistan, strano destino. E il maggiore dell’esercito deve informare la madre e i fratelli, anche del risarcimento che forse arriverà se si decide che il capitano è morto in combattimento altrimenti solo una miseria.

E quel corpo ritorna, con il picchetto militare americano, con la bara coperta della bandiera a stelle e strisce. Ma il fratello, l’unico rimasto in grado di decidere insieme con la madre, decide che non entreranno l’esercito e la bandiera Usa nell’Indian Territory. La madre quando il militare (uno straordinario attore tra legge, discriminazione e voglia di rapporti umani) le dice che il figlio è morto combattendo per la patria, risponde: “Not for his country, it was his job.”  Ma non è orgoglio indiano, è solo misera sopravvivenza. Al funerale, con un drappo Sioux sulla bara, arrivano le poche decine di Indiani che vivono nella riserva ed uno intona un canto, un canto indiano. Quegli Indiani Sioux che camminano dietro la bara sono la immagine fisica della distruzione operata, della cancellazione di un popolo, delle sue origini, della sua terra, del suo futuro. Avevano ragione quegli Indiani che decisero di morire combattendo, piuttosto di finire così. E parlano tutti in inglese i Sioux, non usano una lingua che oramai non conosco più.

E i bianchi, i ragazzi, perché anche tra i bianchi c’è una madre che sa che non ha senso rispondere alle provocazioni, alle botte, ma che anche lei vuole sopravvivere. Insomma sono solo le donne, quelle anziane, e quella giovane che parla solo con l’Indiano sempre ubriaco, che fa picchiare i suoi fratelli razzisti bianchi ed arroganti dal fratello indiano dell’ubriaco. Ci sarò la vendetta dei bianchi per i ragazzi picchiati? Ci sarà la rivolta dei pochi Indiani sobri? Non lo sappiamo, pensiamo di no, che nessuno si ribellerà a quella vita assurda degli ultimi Native Americans. A che servirebbe?

Un film realizzato grazie all’aiuto del Festival del cinema di Torino. Un bel film, che si vede a Roma solo al Cinema dei Piccoli, 40 posti, in versione originale (inglese), solo alle 19 dei giorni feriali. Meno male che esistono i (pochissimi) cinema indipendenti. La musica country quella che ci piace tanto, la musica bianca, si sente solo all’inizio e alla fine. Non c’è posto per la musica negli Indian Territory del New Mexico.

Il regista Babak Jalali è Iraniano, gli attori sono di diversi paesi e c’è anche un attore italiano, Michele Melega. Non so se qualcuno è Native American, ma sono veri Indiani, come tutti quelli che si vedono al cinema. La produzione è italiana, francese, olandese. messicana, qatarina.

Land, regia di Babak Jalali, con Rod Rondeaux, Florence Klein, Wilma Pelly, James Coleman, Georgina Lightning, Antonia Steinberg, Andrew Katers, Griffin Burns, Michele Melega, 2018.

 

 


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