Un Midterm per la storia Dare l’alt a Trump anche nel nome dell’Europa


“Le elezioni di novembre sono le più importanti di tutte quelle che riesco a ricordare, incluse quelle in cui ero candidato. Non andare a votare e non fare tutto il possibile per far votare amici, vicini, la famiglia avrebbe conseguenze profondamente dannose per questo Paese, per la nostra democrazia”. Parlando agli studenti dell’Università del Nevada pochi giorni fa, Barack Obama ha detto chiaro e tondo quello che c’è in ballo per gli Stati Uniti nelle elezioni di mezzo termine, il 6 novembre prossimo. Per questo che l’ex presidente è tornato sulla scena politica con la moglie Michelle, mettendo tutto il suo peso per mobilitare i democratici e spingerli ad iscriversi nelle liste elettorali, sfuggendo alle trappole disseminate dai repubblicani per ostacolare il voto di minoranze e giovani.

La poderosa raccolta di fondi di questi mesi (69,6 milioni di dollari per i dem solo per la corsa alla Camera dei rappresentanti contro i 21,4 degli avversari, nei primi tre trimestri di campagna) è una risposta che ha messo in allarme i repubblicani e testimonia una volontà di riscossa che anima la base dell’Asinello, anche se il partito fatica a trovare una vera leadership. I sondaggi sono favorevoli per la camera bassa, i dem sono in vantaggio in 69 circoscrizioni. Per il Senato le cose sono molto più difficili, ma il timore di un’onda blu sta spingendo i repubblicani a folli spese elettorali dell’ultima ora. Per la Cnn quella in corso finirà per essere l’elezione di mezzo termine più costosa di tutta la storia.

Eppure Trump potrebbe spendere elettoralmente diversi successi – evitando magari di dire che sono stati costruiti abbondantemente dal suo predecessore. L’economia che va a gonfie vele, il Pil che cresce del 4,1%, miglior performance in quattro anni, i salari in aumento del 2,9%, la disoccupazione al 3,9. E invece accetta come una manna dal cielo la carovana dei migranti partita dall’Honduras e manda l’esercito alla frontiera, anche se i 7000 in marcia sono ad almeno duemila chilometri di distanza. Un profluvio di tweet presidenziali getta la responsabilità sui democratici, paventa la presenza di terroristi mediorientali e di gang che premono alle porte e minacciano lo stile di vita americano: il principale argomento di Trump in campagna elettorale è la paura, la stessa che in questi anni ha sparso a piene mani nel Paese, facendo leva sull’elettorato bianco e impoverito e sul razzismo mai sopito. Le cronache, come da noi, sono piene di episodi sconcertanti, l’insulto verso i latinos e gli afro-americani ha sbriciolato il politicamente corretto che vietava di pronunciare la parola “negro”, l’intolleranza è cresciuta a livelli esponenziali.

Dunque si parla di Honduras in questo midterm. E le bombe recapitate a Obama, Clinton, De Niro e la Cnn, per Trump sono il frutto avvelenato di media che – dice il presidente che minaccia la stampa ed elogia l’aggressione ai giornalisti – incitano all’odio. Paradossalmente non si parla del taglio delle tasse, che i repubblicani speravano di poter utilizzare come argomento principe. I tagli hanno favorito le grandi imprese, l’americano medio, quello con un reddito tra i 50 e i 75mila dollari non se n’è nemmeno accorto, come rivela una ricerca dell’indipendente Tax Policy Center: in tasca gli sono arrivati circa 60 dollari al mese, poco più di un caffé al giorno. Mentre il deficit americano, grazie ai tagli concessi alle corporation, è salito del 17 per cento in un solo anno e alla fine tornerà come un boomerang a colpire alle spalle.

Trump in questi giorni, ormai a ridosso del voto, ha annunciato un taglio imminente delle tasse per la classe media, provvedimento di cui nessuno nella sua amministrazione ha mai sentito parlare. Sui media analisti e politici tentano di divinare le intenzioni presidenziali, e in linea di massima concludono che è un bluff. Comunque se ne parla e chissà. Nello stesso modo, il presidente ha annunciato un taglio del costo dei farmaci, cercando di mettere una pezza al timore dei repubblicani di perdere terreno su quello che doveva essere un altro loro cavallo di battaglia, ossia l’assalto all’Obamacare, la riforma sanitaria di Obama: i democratici non si sono lasciati sfuggire l’occasione di denunciare la scelta di lasciare alle assicurazioni la possibilità di scegliersi i clienti, ignorando quelli già malati.

Terreni scivolosi per i repubblicani, per questo è meglio parlare d’altro. E se non ci fosse la marcia degli honduregni, sarebbe stato bene inventarsela. E annunciare nuovi muri, i cannoni puntati a difesa delle frontiere in nome dell’America first, prima l’America. Ha ragione Obama quando dice che questo voto conta più di altri: può essere un granello nell’ingranaggio di una presidenza che alimenta le divisioni interne e il disordine mondiale, o il suo contrario.

Per noi, a 8000 chilometri di distanza, l’esito non è indifferente. Che Trump non ami l’Europa – e soprattutto la possibilità che sia unita e forte – è risaputo, il presidente non ha mai fatto mistero della sua intenzione di intessere solo rapporti bilaterali con i singoli Stati europei. E la sua benedizione alla politica del nostro governo su migranti e economia, la sfida a Bruxelles, dovrebbe indurre qualche riflessione a chi è alla guida. Il nostro Paese rischia di diventare il grimaldello per far saltare la Ue, Trump come Putin non ne trarrebbe che vantaggi. Salvini ne sembra consapevole, non è chiaro quanto lo siano i cinque stelle. Dovrebbe pensarci Conte prima di vantare il sostegno alla “sua” politica da parte dei leader delle due superpotenze. Se salta l’Europa, non recupereremo sovranità, noi nani tra i giganti. L’unico modo di poter aver voce in capitolo è puntare su un Unione sempre più forte e integrata. O rischiamo di fare la fine dei classici vasi di coccio di manzoniana memoria.


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