Termini Imerese, cronaca di un furto contro gli operai e lo Stato


Alla Blutec di Termini Imerese si è consumato un vero e proprio furto con scasso. Adesso si capisce perché quello stabilimento abbandonato otto anni fa dalla Fiat, che lo chiuse il 10 novembre del 2011, è rimasto fermo al palo in un’infinita teoria di annunci e vigilie che non si concretizzavano mai. Se l’occasione fa l’uomo ladro a ogni latitudine, in Italia i fondi statali per la reindustrializzazione hanno dimostrato, una volta di più, di essere la classica marmellata nella quale affondare le dita. Così una drammatica vertenza è scivolata, nello spazio di un’alba, quella del 12 marzo, in una vicenda di cronaca giudiziaria delle più infami. Per capire cosa potrebbero raccontarti le mura di quella fabbrica se potessero parlare, basta tornare indietro fino alle dichiarazioni dei sindacati di appena 10 giorni fa, a poche ore dall’ennesimo incontro al ministero dello Sviluppo Economico a Roma. La richiesta era sempre quella: risposte concrete per i 700 dipendenti diretti e i 300 dell’indotto, mille persone appese da quasi un decennio a quel filo sottile. E le risposte concrete sono arrivate, una settimana dopo, dalla magistratura. All’alba di martedì sono scattati gli arresti domiciliari per il presidente del consiglio di amministrazione e l’amministratore delegato della Blutec e l’intera società con sede in provincia di Torino, a Rivoli, è stata posta sotto sequestro. Roberto Ginatta e Cosimo Di Cursi sono stati accusati di malversazione ai danni dello Stato, un reato odioso, soprattutto se giocato sulla pelle dei lavoratori masticati da anni di crisi, e per 12 mesi non potranno esercitare imprese e uffici direttivi. I due manager avrebbero distratto 16 dei 21 milioni di euro di contributi statali. Soldi che avrebbero dovuto rappresentare una grande occasione di sviluppo per le maestranze, 570 persone in cassa integrazione e 130 impegnate in progetti di formazione. Maurizio Landini, leader della Cgil, ha chiesto che “il governo convochi in tempi brevi tutte le parti e si faccia garante di una soluzione”.

Ma quanto è costata l’intera partita Fiat Termini Imerese allo Stato? Stando ai dati che ci ha fornito Calogero Guzzetta, della segreteria della Camera del lavoro di Palermo, in questi anni lo Stato ha speso 100 milioni di euro solo di ammortizzatori. Lasciando da parte le cifre tangibili, il conto più alto è quello sociale, presentato a un’intera generazione di lavoratori in termini di depressione, frustrazione, difficoltà a sbarcare il lunario, impossibilità di farsi una famiglia, di costruirsi un futuro. Le tute blu, che forse non hanno creduto alle loro orecchie quando hanno sentito la notizia, sono corse alla fabbrica a vedere con i loro occhi la Guardia di Finanza ancora in azione dentro al capannone, alla ricerca, evidentemente, di nuove prove e documenti. In poco tempo una folla di persone si è radunata ai cancelli, in un moto spontaneo che non ha avuto bisogno di convocazioni via cellulare o sui social. “Se si spegnesse questo sogno di reindustrializzazione – ci ha raccontato il numero uno della Fiom Cgil siciliana, Roberto Mastrosimone – sarebbe un disastro. Da quattro anni e tre mesi, dal giorno in cui la Blutec, scelta da FCA il 31 dicembre del 2014, ha preso il controllo dello stabilimento, mai ha rispettato gli impegni che di volta in volta si è assunta. Ma è chiaro che anche FCA, che avrebbe dovuto fornire le commesse per far ripartire Termini Imerese, deve battere un colpo”.

Il colpo, quello di grazia, il Lingotto lo aveva sparato nel 2011 chiudendo i battenti e mandando a casa 2500 tute blu. Ci vorrebbero pagine e pagine per raccontare tutti gli aneddoti legati alla lunga fila di imprenditori e improbabili investitori che hanno riempito le cronache economiche dei giornali locali alternandosi, per davvero o solo sulla carta, al timone dello stabilimento. Nel novero del possibile ci sono passati Corrado Ciccolella che voleva produrre serre fotovoltaiche; Massimo Di Risio con la Dr Motor; Gian Mario Rossignolo con i mini Suv. Tutti buchi nell’acqua, finiti, con gli altri, nel dimenticatoio dopo aver illuso lavoratori ormai stremati.

E anno dopo anno, bluff dopo bluff, il deserto industriale è avanzato senza ostacolo nel territorio, finché, una ad una, la maggior parte di quelle 86 fabbriche in funzione all’epoca della Sicilfiat sono scomparse nella sabbia del tempo. Anche per questo i 21 milioni concessi dallo Stato a Blutec nel 2017 devono esser sembrati acqua pura con cui innaffiare un territorio che ormai stava morendo per la sete di lavoro. Peccato ci fosse una perdita, sulla quale ora si indaga. Il sospetto è che quel fiume di denaro, goccia a goccia, sia finito nelle tasche ingorde dei due manager.

La rabbia in queste ore è esplosa, caricata da anni di frustrazione. Una rabbia composta, una rabbia operaia d’altri tempi che ha guidato il giorno stesso della notizia le tute blu a superare i blocchi e rientrare in fabbrica per un’assemblea nel quale dare sfogo alla propria incredulità. Ieri mattina quelle stesse facce si sono ritrovate in presidio davanti ai cancelli e a mezzogiorno una delegazione sindacale ha incontrato i rappresentanti della Regione. L’obiettivo è attivare in breve tempo una stretta interlocuzione con il vicepremier Di Maio e uscire, una volta per tutte, dallo stallo. Con la consapevolezza che il famigerato piano industriale del polo automobilistico tanto pubblicizzato dall’ipotesi Blutec è ormai definitivamente affogato nell’inchiostro della cronaca nera di queste ore.

In una nuova assemblea in municipio, il 13 sera, le tute blu si sono mescolate con le fasce tricolori e alla fine operai e sindaci hanno concordato una grande manifestazione a Termini Imerese venerdì prossimo, 22 marzo. Un ultimo sos, un rantolo di disperazione da lanciare alla politica prima che la provincia muoia. Un modo per richiamare in campo FCA e le sue responsabilità e coinvolgerla nel rilancio del proprio ex stabilimento. Se Torino non tornerà sui suoi passi – avvertono i sindacati – saranno i disoccupati e gli amministratori locali di Termini Imerese a marciare fino al Lingotto per farsi ascoltare.

 

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