Storie di banche tra riciclaggio e scandali


E’ un impiegato di banca di medio livello, laureato a Oxford, che ha viaggiato molto nel Nord Europa, e con una fissazione per i particolari, “il whistleblower di Natale”. Il signor Howard Wilkinson, dopo aver dato l’allarme, può ora dire di aver portato alla luce uno dei maggiori scandali di riciclaggio bancario. Riguarda la DanskeBank, che alla fine dell’inchiesta ha riconosciuto come 230 miliardi siano transitati dalla Russia e da alcuni stati ex sovietici alla filiale in Estonia dell’istituto di credito danese. Le autorità di sorveglianza reputano che una buona parte di questi soldi siano di provenienza illecita. Per ora la Danske non sa dire quanto di questo ammontare possa essere il bottino di vari criminali.  Il signor Wilkinson, ora a casa nella campagna inglese, aveva ripulito la sua scrivania, rassegnato con una laconica e-mail le dimissioni e, prima di uscire, scritto ai suoi ex capi che se non avessero ammesso e rimediato a ciò che avevano fatto ci avrebbe pensato lui stesso a “suonare il fischietto”, da semplice cittadino. Wilkinson si era accorto che una della società che versavano grosse somme in realtà nell’anagrafico finanziario non risultava avere né beni né entrate. Il 26 dicembre del 2013 aveva fatto un nuovo controllo, mentre tutti erano in vacanza: la stessa oscura società quel giorno aveva in deposito quasi un milione di dollari. Ostinato e con occhio veloce per i dettagli, Wilkinson aveva raccolto la documentazione per dimostrare, come ha detto, che “se vuoi riciclare soldi tutto quello di cui hai bisogno è trovare un oscuro ramo di una banca con una buona reputazione”. Fare pulizia e ammettere l’accaduto è stato un colpo duro non solo per la DanskeBank, ma per la Danimarca stessa, classificata come il secondo Paese con maggiore trasparenza al mondo. Copenaghen ha risposto collaborando seriamente con gli investigatori;i dirigenti implicati si sono dimessi (compreso l’amministratore delegato Thomas Borgen) e il governo ha chiesto per l’avvenire, assieme ad altri Paesi del Nord Europa, un’unica autorità antiriciclaggio nell’Unione Europea con potere su tutti i Paesi. Da settembre ad oggi è un susseguirsi di casi imbarazzanti che hanno coinvolto molti grandi gruppi bancari del Nord Europa. Quando i giudici dei Paesi Bassi hanno spulciato i libri di ING, la maggiore istituzione finanziaria del Paese, hanno trovato fra l’altro che un piccolo commerciante di biancheria aveva riciclato 150 milioni di euro attraverso un contro bancario.“Doveva essere abbastanza palese per la banca che il flusso di contanti aveva poco a che fare con la sua attività” ha detto la pubblica accusa. L’inchiesta si riferiva a violazioni commesse tra il 2010 e il 2016. Secondo gli investigatori alcuni clienti di ING usavano i conti bancari per lavare centinaia di milioni di euro, compresi 48 milioni e 142 mila euro di mazzetta a GunaraKarimova, la figlia dell’allora presidente dell’Uzbekistan, da parte della compagnia olandese di telecomunicazioni Veon, prima conosciuta come Vimpelcom. ING ha collaborato pienamente con le autorità, avviato controlli, introdotto nuove e più severe regole e ha accettato la multa di 785 milioni di euro. Si tratta della multa in assoluto più severa della storia comminata ad una banca di un Paese dell’Unione Europea per riciclaggio. E’ evidente che i Paesi Bassi hanno voluto dare un segnale anche all’esterno: non saranno più tollerati schemi finanziari che possano mettere in pericolo la legalità, la sicurezza, il libero mercato. L’ anno scorso era toccato alla DeutscheBank: l’autorità di controllo britannica ha inflitto all’istituto di credito tedesco una sanzione di 175 milioni di euro per il suo ruolo nel riciclaggio di 10 miliardi di dollari, un flusso di danaro che veniva dalla Russia e che era stato messo sulla piazza di Londra. Le banche del Nord collaborano, avviano inchieste, ma chiedono un reale aiuto alla politica e alle autorità di sorveglianza. Si rifiutano di essere la discarica di interessi criminali, pagamenti per corrompere i politici e proventi mafiosi. Un rifiuto dettato, se non altro, da motivazioni pratiche: questa massa di danaro sbilancia il mercato, danneggia la libera concorrenza e, in ultima analisi, come ha scritto JoshuaKirschenbaum sulla pubblicazione del German Marshall Fund, “è un attentato alla sicurezza nazionale dei vari Stati membri, esposti a interferenze politiche straniere”. La DanskeBank ha scritto in una dichiarazione ufficiale nella quale sostiene: “Vogliamo sia assolutamente chiaro che questa vicenda non riflette in alcun modo la banca che vogliamo essere. Faremo di tutto per non ritrovarci nella stessa situazione”. Per ora è difficile pensare che sia impossibile in avvenire il verificarsi di nuovi casi nelle maggiori banche europee: non si può dire, lamentano gli Stati del Nord e i loro rappresentanti a Strasburgo, che i sistemi di controllo siano snelli e unificati. Vi sono ad oggi tre autorità di supervisione, l’Eba (EuropeanBank Authority), l’ESMA (European Securities and MarketsAuthority (ESMA) e l’EIOPA (EuropeanInsurance and OccupationalPensions Authority), riunite sotto l’egida dell’ESA’s (EuropeanSupervisoryAuthorities), istituita a gennaio 2011. Sul piano legislativo bisogna raccogliere tutti i diversi suggerimenti eaggiornare  continuamentele direttive in materia di riciclaggio: adoggi siamoarrivati alla quinta. Un altro organismo di consulenza antiriciclaggio è Moneyval, comitato di esperti sulla valutazione delle misure anti-riciclaggio e contro il finanziamento al terrorismo, organo del Consiglio d’Europa istituito nel 1997. Naturalmente poi vi sono le autorità di sorveglianza nazionali. Tra questa folla di controllori è facile sgusciare e sfuggire alle verifiche. Per difende i propri cittadini dal crimine economico e non avvelenare i mercati l’Europa dovrebbe istituire una sola autorità. Non sempre si può sperare che i cattivi inciampino nella cocciutaggine di Mr. Howard Wilkinson.


Sito Ufficiale