Se la legge dice che gli uomini non sono tutti uguali


Il governo danese, un monocolore guidato da un liberale che si chiama Lars Løkke Rasmussen e ritiene, probabilmente, di essere veramente un liberale, ha deciso che i migranti cui è stata rifiutata la concessione dell’asilo in Danimarca vengano esiliati a Lindholm, un’isoletta un centinaio di chilometri a sud di Copenaghen dove un tempo si confinavano volpi e cani rabbiosi per sperimentare le cure veterinarie (ma i locali dove si facevano gli esperimenti sono stati disinfettati, precisa l’ufficio stampa del governo). La decisione – spiegano i commentatori politici danesi – serve a dare un segnale di “fermezza” all’opinione pubblica, alquanto sensibile alla campagna anti-stranieri condotta dal cosiddetto Partito del Popolo fondato da Pia Kiærsgard, tenace nemica delle tasse e dei musulmani, che sostiene dall’esterno il governo. La fermezza consisterebbe nell’inseguire i populisti xenofobi sul loro terreno. Come sappiamo, non succede solo in Danimarca.

Se le cose andranno come previsto, i primi reietti arriveranno a Lindholm nei prossimi giorni. Forse proprio lunedì, quando cadrà il settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, firmata all’ONU il 10 dicembre del 1948. Chissà se qualcuno, a Copenaghen, si è fatto qualche scrupolo per la coincidenza temporale. La Dichiarazione, nello spirito, nel testo e persino nel titolo è “universale” e l’aggettivo non è pleonastico. Significa che i diritti richiamati riguardano tutti gli uomini, in tutti i luoghi del mondo e in tutte le condizioni. Per tutti valgono e per tutti debbono essere fatti valere. Anche per i migranti che non hanno ottenuto l’autorizzazione a restare e perfino per chi delinque. Anche per i “clandestini”, come si usa dire qualche centinaio di chilometri più a sud, dalle parti nostre.

Se qualcuno pensa che si tratti di affermazioni scontate, ovvie, persino banali si soffermi un momento a riflettere sulle implicazioni di diritto della decisione del governo danese. Essa stabilisce che in Danimarca esistono due categorie di persone: quelle che hanno i diritti fondamentali degli esseri umani, quelli sanciti dall’Onu, e quelle che non li hanno. Quelle cui non si può imporre dove risiedere e non si può togliere la libertà di muoversi e quelle cui invece si può imporre, non in base a quello che hanno fatto, dei reati per esempio, per i quali siano stati condannati, ma per quello che sono: non-danesi, non-bianchi, non-cristiani, non-ricchi. In Danimarca viene sancita l’esistenza di una società duale, fatta di cittadini e di non-cittadini.

Soltanto in Danimarca? No. Qui da noi, di mandare i richiedenti asilo tutti su un’isoletta qualcuno l’ha proposto, ma non pare che il governo ci stia (per il momento) pensando. D’altronde, rimandarli nei lager in Libia forse è anche peggio. Ma basta leggere il decreto Salvini o frugare tra le pieghe della legge di bilancio in discussione in questi giorni per trovare corposissimi esempi di dualismo in materia di diritti. Qualche esempio: i non-italiani possono essere trattenuti in detenzione pur se non ci sono provvedimenti giudiziari a loro carico, non hanno diritto agli stessi gradi di giudizio degli italiani, saranno esclusi dal (fantomatico) reddito di cittadinanza, debbono presentare più documenti per ottenere i servizi comuni. Perfino quando mandano i soldi a casa non vengono trattati come gli italiani: c’è in progetto di alzare le tasse sul money-transfer solo per i paesi da cui provengono prevalentemente i migranti. E si potrebbe continuare a lungo. Su molte di queste discriminazioni pendono eccezioni di incostituzionalità avanzate dall’opposizione di sinistra alle Camere. Verranno quasi certamente bocciate, ma si può ragionevolmente sperare che a tempo debito interverrà la Consulta.  Intanto, però, il principio è stato affermato e rischia di diventare senso comune. In larga parte dell’opinione pubblica lo è già: non siamo tutti uguali, gli italiani vengono prima e valgono di più.

Dove ci porterà questo scivolamento dell’opinione in parte recepito in parte insufflato dai ceti dirigenti sovranisti di vari paesi, e massicciamente dal nostro? Quando l’assemblea dell’Onu adottò solennemente la Dichiarazione era molto viva la memoria della guerra e di quello che l’aveva preceduta: l’adozione delle leggi razziali in Germania e in Italia, premessa dell’Olocausto, i crimini compiuti dalle potenze coloniali. Anche dall’Italia, in Libia, in Eritrea e in Etiopia. Erano passati solo tredici anni da quando, con la “Legge sulla cittadinanza tedesca” per la prima volta dalla Rivoluzione Francese un paese europeo aveva introdotto nella legislazione il criterio della non universalità dei diritti. Le persecuzioni degli ebrei erano cominciate già prima e divennero sistematiche e violentissime dopo la “notte dei cristalli” del novembre del ’38, ma la legge sulla cittadinanza tedesca fu ben più della sua sanzione giuridica, fu l’affermazione della legittimità agli occhi del popolo della discriminazione, della violenza e alla fine dello sterminio degli uomini e delle donne senza diritti.

Quella storia è per noi molto più lontana, e remote ci appaiono pure le manifestazioni post-belliche del razzismo: la segregazione negli Stati Uniti del sud, le resistenze violente alla decolonizzazione in quello che si chiamava Terzo Mondo, la guerra del Vietnam, l’apartheid in Sudafrica.

Ma la storia non diventa meno pesante se è più lontana. Un argine è stato rotto: mandare in un’isola chi non è come noi è già apartheid. E anche rifiutargli una casa, negargli un tribunale, toglierli un sussidio. Può essere l’inizio di una storia bruttissima.


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