Scuola, senza la memoria l’educazione civica non può esistere


Basteranno 33 ore di “educazione civica”, rubacchiate qua e là al monte ore delle scuole, per rendere gli italiani un po’ più civili e beneducati? Speriamo, ma in realtà è una leggina furba e un po’ ipocrita. Quelle 33 ore all’anno sembrano più un gioco di prestigio che un impegno forte e responsabile contro la sgangherata maleducazione dilagante. E’ una leggina a “costo zero”, perché non sono 33 ore in più da investire nella scuola, ma ore “trasversali”, da fare un po’ qua e un po’ là, all’interno del monte orario già esistente. Certo, ci sono tante belle parole, a partire dalla Costituzione, che però avrebbe diritto di cittadinanza nella scuola indipendentemente dalla nuova leggina. Così il Parlamento, che alla Camera l’ha approvata con 451 voti favorevoli e 3 astenuti, si è lavato la coscienza per le tante mancanze, distrazioni e tradimenti. Da troppi anni, infatti, la politica tradisce la scuola italiana riducendo lo studio della Storia, che è il corpo vivo dentro il quale vive l’educazione civica e la Costituzione. Ha iniziato la Gelmini a “consumare” le ore di Storia, di Storia dell’Arte e di Geografia nell’orario scolastico, poi ci si è messo anche Renzi e adesso il duo Salvini-Di Maio ha pensato bene di togliere la Storia come “traccia” all’esame alla maturità. Sembra il programma del Grande Fratello, quello di Orwell in “1984”, per tagliare la memoria collettiva dei cittadini da trasformare in sudditi. Meno Storia, meno Storia dell’Arte e niente Geografia, in un paese come l’Italia, significa togliere le coordinate della nostra identità profonda e farci vivere nell’indistinto presente dei social media. Con poca Storia, Arte e niente Geografia, resta poco della nostra identità nazionale, che forse non piace ai neo-sovranisti, perché è un’identità complessa, multipla e profonda, antica e recente. E’ un’identità che nasce dalla nostra lingua “volgare”, che Dante volle fondare sul toscano letterario e parlato, perché più vicino al latino, che Leopardi riempì di poesia e sarcasmo sui “costumi degli italiani”, con la quale Manzoni parlò per la prima volta al “popolo”, mentre Saba “inventò” la rima più difficile tra cuore e amore. E poi c’è la “nostra” Storia, che in realtà è storia di tutti, dai romani, ai Comuni al Rinascimento. E poi c’è il nostro Risorgimento -inevitabilmente tagliato nell’orario scolastico- che è stato davvero eroico, come dimostra quel giovane garibaldino, Goffredo Mameli, morto nella difesa della Repubblica romana nel 1849. E poi la Grande guerra per Trento e Trieste, il fascismo, le leggi raziali, la seconda Guerra mondiale, la Resistenza, la Liberazione dai nazi-fascisti, la Costituzione e la faticosa “normalità” della Repubblica democratica, che ha resistito a mille crisi e al terrorismo. Per raccontare tutto questo, in una prospettiva europea e globale, ci vuole tanto tempo, attenzione, parole, immagini e riflessioni, da condividere e ripetere e ripetere, con gli studenti, che cambiano sempre e ci sono sempre preziosi.

E poi ci sarebbe la Filosofia, che Giovanni Gentile, nella sua riforma “fascistissima” del 1923, da buon idealista, aveva riservato alle future classi dirigenti dei licei classici e scientifici, e invece dovrebbe essere condivisa con tutti, a partire dalle scuole tecniche e professionali, che preparano i giovani al lavoro, perché sono e devono essere “classe dirigente”. La Filosofia è un fiore nascosto nella scuola italiana, che ci rende cittadini consapevoli e germoglia dentro i talenti, ricercatori e scienziati, che regaliamo al mondo perché non sappiamo valorizzarli, farli lavorare e pagare in modo adeguato. Non ci può essere una buona educazione civica, senza memoria, senza profondità e impegno. E non può essere “a costo zero”, perché vorrebbe dire che la fatica e il lavoro di insegnati e studenti valgono poco o quasi niente. Perché così rendiamo corto e poco consapevole il nostro futuro. E forse, a qualcuno, piace così.


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