Roma, San Lorenzo ultimo tassello di una città che non ne può più


Solo nelle fedeli scatole dei taxi, ora la sindaca trova comprensione e avvocati sereni: “lasciatela lavorare”, dicono, come tre mesi dopo la sua elezione in Campidoglio, quando precocemente in troppi compresero di aver votato, con il M5s, il più ingannevole e furbo tra i fake. Tassisti sempre dalla parte di Raggi, in genere, nonostante sia spesso una piccola tortura cercare di evitare, con le ruote, i sacchi di immondizia perfino agli angoli del centro storico. Meno brave dei tassisti le scale mobili, che da oggi affiancano i frigoriferi abbandonati in strada nella prima linea animistica opposta a questa strana sindaca che sta deludendo un po’ tutti e che a suo tempo dichiarò guerra palese proprio a quei poveri “frighi” incolpevoli. Non si sa da cosa sia stato causato l’incidente che a venticinque tifosi russi è costato nei giorni scorsi paura, dolore, ferite più o meno gravi. La scala della stazione metro “Repubblica” si è accartocciata a fondo discesa, scaricando in un unico blocco persone e lamiere taglienti, un macello. La sindaca, arrivata sul luogo, aveva messo le mani avanti: le risultava che prima del crollo i malconci avessero fatto baldoria proprio su quella scala mobile. Poi le hanno mostrato il film del fatto e allora è passata a parlare di un probabile cedimento strutturale.

Come a Genova, è la struttura del paese che non tiene più, da quando i soldi son finiti e alle manutenzioni si pensa sempre con esagerato ritardo. Se ci si pensa. Dev’essere difficile pensare alle scale mobili mentre

non si riesce a dare un ordine alla raccolta dei rifiuti, mentre sacchi e bidoni traboccanti assediano perfino il Vaticano. Così, quelle immagini fanno il giro del mondo: montagne di rifiuti dietro Piazza San Pietro, una scala mobile che si accartoccia perché non ce la fa più, turisti a fette, tutta roba che non suona bene, stiamo parlando di una delle città più celebri e visitate.

Poi le buche nell’asfalto. I trasporti che stanno peggio di sempre: a Roma non si sta più a discutere se il “degrado” sia solo percepito, come il caldo, oppure sia reale; chiedi in giro e non trovi più un romano disposto a non scuotere tristemente il capo per commentare questo sconfortante presente. Tranne molti tassisti, di solito gli stessi che hanno votato in passato per Alemanno, quello con la croce celtica appesa al collo, il sindaco che ha provveduto a sfondare quasi tutte le municipalizzate con i suoi protetti neri. Il disastro è verificabile, misurabile, incontestabile, ed è divenuto ormai un ritornello senza fine nei social in cui si dice di Roma e delle sue angosce.

Raggi non ce la fa, e neppure questa è una percezione, sta nei fatti. Roma intristisce giorno dopo giorno, ma forse sbaglierebbe chi decidesse di attribuirne la responsabilità all’incompetenza di questa nuova classe dirigente, non basta non saper fare. Bisogna mostrare di non avere una visione complessiva di una delle realtà urbane più complesse e delicate della terra. Bisogna produrre atti che denuncino una precisa cultura, non una qualunque. E Raggi questo lo sta facendo. Immiserendo un pulviscolo di produttori culturali, teatri, circoli, fondazioni, assediando la Casa delle Donne, togliendo di mezzo appuntamenti spettacolari nati dal basso e dal basso garantiti, riducendo l’Estate Romana a poco più di una sagra, mostrando di voler combattere una serie di punti di servizio dislocati in periferia.

E’ una cultura recessiva quella che viene a galla, e che la macchina comunale non sia governabile lungo i suoi assi più vitali non è, forse, che l’esito di un incidente. Raggi non era destinata a salire al potere da sola, con la sua aerea incompetenza, con la sua vaghissima empatia. Raggi giunse al potere sostenuta da un gruppo tecno-politico ben organizzato, molto di destra. Allieva dello Studio Previti, poi approdata ad uno studio – Sammarco – a questo molto vicino che non aveva un curriculum né di destra né di sinistra, anzi. Quel gruppo di “esperti” al suo fianco era probabilmente la condizione che lei stessa poteva aver posto per accettare la sua candidatura, molto vincente già nei pronostici, si ricorderà. Ma si trattava di bricconi da sottobosco che avevano servito il destrissimo Alemanno e poi avevano tentato di infilarsi sotto i tappeti del “rosso” Marino, e così l’intervento della magistratura aveva prematuramente privato la sindaca della sua pistola fumante, della sua garanzia che non sarebbe andata a gambe all’aria in poche settimane per totale insipienza, salvandosi quindi grazie all’aiuto di persone ben dentro i gangli della città e da tempo.

Raggi ha perso il suo trampolino, quasi subito, per questo probabilmente il suo sorriso pubblico è celebre per come interpreta la dolcezza di una affettatrice in funzione. Questa delusione, questa sensazione desolante di essere al potere con nessuna buona carta in tasca, non le ha comunque impedito di riportare accanto ai grandi monumenti archeologici della capitale quei tremendi furgoncini pieni di bibite e tostapane, spesso nelle mani di una sola famiglia che da molto si muove nel campo da monopolista. Messi fuori da Marino, son tornati ai loro posti, con Raggi. C’è chi ha parlato, a proposito del caso in questione, di una sorta di debito saldato. Troppi debiti da saldare.

La storia recente delle occupazioni indebite di edifici aggiunge elementi: cariche e tanta bella energia muscolare per svuotare alcune situazioni fuorilegge, clima casalingo e quasi affettuoso nel provare a discutere con Casa Pound della sua permanenza in un edificio occupato. Poi, capita che una povera ragazza venga violentata da un gruppo e ammazzata in centro, perché San Lorenzo è ormai uno spicchio del grande centro e Raggi sia costretta a cedere il “palco” a Salvini, il vice primo ministro che vola sul luogo della violenza tanto per far capire che lui, Tex Willer, darà la giusta regolata ai colpevoli e volterà pagina in materia di sicurezza e protezione dei cittadini. Non gli è andata benissimo, non lo hanno accolto come sperava e lui se n’è andato promettendo ruspe ai contestatori. Che cosa ha da dire la sindaca del clima di piombo che sta ghiacciando una delle città più allegre e fracassone del mondo? (Fosse stato il tempo di Veltroni, dopo un omicidio tanto orrendo i cinque stelle avrebbero chiesto la sua testa, ma non si è capito in quale tempo siamo ora). Quel che è certo, è che ora Roma detesta la sua sindaca. Non la vuole più.


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