Quei tesori trafugati che tornano in Africa


I musei di Austria, Germania, Paesi Bassi, Svezia e Gran Bretagna fanno parte del Gruppo del Benin per il Dialogo. E’una comunità di studiosi d’arte europei ed africani. Sostengono il ritorno dei capolavori saccheggiati dal colonialismo nelle terre dove furono concepiti e che subirono anche questa privazione, un ulteriore colpo a fiorenti civiltà di cui è restata scarsa memoria. I pezzi preziosi sono “muti”, separati dalla loro terra, disseminati in Europa, spesso con la sconcertante didascalia “arte tradizionale africana”. Ora i dirigenti dei musei di questi Paesi del Nord Europa, assieme ai loro colleghi africani, hanno annunciato a Leiden, nei Paesi Bassi, dove si sono incontrati al Museo della culture del mondo, che a Benin City, in Nigeria, in un nuovo spazio espositivo, verranno esposti a rotazione i tesori d’Africa. I musei europei coinvolti hanno dovuto scendere a patti con l’idea di restituire, per ora sotto forma di prestito a lungo termine, almeno una parte di ciò che è stato trafugato. Attualmente il ritorno definitivo a casa dei tesori d’Africa non fa parte del piano.

La lista di ciò che noi colonizzatori portammo via è senza fine: oltre a essere umani e materie prime, anche opere d’arteoggi lontane migliaia di chilometri dalla loro patria. Il poco onorevole primato (che coinvolge comunque tutta Europa) spetta ai britannici, i cui musei vengono definiti dalla scrittore sudafricano MozaMoyo, “una raccolta di refurtiva”. Il danno non è tanto nel valore estetico e monetario, scrive Moyo, “ma nel fatto che per l’Africa le opere d’arte siano parte della nostra storia, delle culture, del senso stesso dell’esistenza e dell’identità”. Tra i più importanti pezzi di passato “strappati” all’Africa figurano i bronzi del Benin. Nel 1897 i britannici invasero l’Impero del Benin, nel sud della Nigeria. Tutto fu raso al suolo, migliaia le persone uccise.Venne “lavata via” una delle più ricche culture dell’Africa antica. Il re cercò di scappare, i bassorilievi e sculture di bronzo e avorio che raccontavano la storia e le tradizioni del regno, migliaia di pezzi, finirono nei musei europei e americani.

L’Egitto ha provato a chiedere alla Germania la restituzione della statura della regina Nefertiti. Nel 1913, con documenti fraudolenti, i tedeschi presero il busto modellato 3400 anni fa che oggi richiama milioni di visitatori al Nuovo Museo di Berlino. Anche la stele di Rosetta, il blocco di basalto di 2200 anni che reca iscrizioni in scrittura geroglifica, demotica e greca, chiave per decifrare il sistema di scrittura monumentale dei faraoni, sparì dall’Egitto nel 1799, durante la colonizzazione francese. Non si sa ufficialmente come sia finita al BritishMuseum.

I tesori d’Etiopia furono trafugati nel 1868, quando i britannici catturarono Magdala, la capitale sulle montagne dell’imperatore Tewodros, nel Nord Ovest del Paese. Tra i tanti crimini, il saccheggio delle chiese, private di croci d’oro e d’argento, ma soprattutto di manoscritti sulla storia d’Etiopia dai tempi di re Salomone e della regina di Saba fino al diciannovesimo secolo. Per trasportare codici e oggetti di culto vennero impiegati dieci elefanti che arrivarono attraverso il fiume Bashilo fino alla pianura di Dalanta. Le opera d’arte andarono in parte all’asta, in parte ai musei e in parte nella libreria del castello di Windsor. Nel 2005 lo Stato italiano, buon ultimo in questa razzia, finalmente restituì l’obelisco di granito rubato settant’anni prima.

Quando gli europei “scoprirono” il Regno del Grande Zimbabwe, o impero di Monomotapa, nel sedicesimo secolo, si rifiutarono di credere che i nativi africani avessero potuto creare una civiltà così fantastica. La lista dei capolavori trovati nella città, che gli esploratori portoghesi trovarono già abbandonata, è lunghissima. Il monumento del Grande Zimbabwe fu costruito tra l’undicesimo e il quattordicesimo secolo dal popolo Shona ed è un’alta testimonianza di ciò che fu l’Africa prima della colonizzazione. Numerosi gli uccelli dello Zimbabwe, oggi simbolo nazionale, costruiti in pietra saponaria o steatite. Finirono tutti nei musei europei o americani.

Infine la statua della Regina del popolo Bangwa, che ha continuato a passare di mano da collezionista a collezionista, è stata avvistata l’ultima volta a un’asta a New York nel 1990, dove è stata battuta per 3,4 milioni di dollari. Il capolavoro ligneo del Camerum fu preso dall’esploratore tedesco Gustav Conrau nel 1980.


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