Le trivelle di Di Maio


Sembra passata un’era geologica ma era soltanto due anni e mezzo fa: nell’aprile 2016 quasi 16 milioni di italiani andarono a votare nel referendum contro le trivellazioni petrolifere a terra e in mare, richiesto da varie Regioni italiane e sostenuto dalle associazioni ambientaliste. Il referendum tecnicamente fallì perché partecipò meno del 50% degli elettori, ma più di 13 milioni di italiani votarono contro le trivelle e contro, dunque, il governo Renzi che dell’utilità per l’Italia di estrarre nuovo petrolio dal sottosuolo e dai fondali marini aveva fatto una sua bandiera: erano in maggioranza elettori di centrosinistra, sbeffeggiati all’indomani del voto da un dirigente del Pd (Ernesto Carbone) con un pubblico “ciaone” diventato celebre, e quella giornata segno l’inizio della fine della stagione renziana (seppellita dopo pochi mesi sotto le macerie del 60% di no alla riforma costituzionale).

La mobilitazione contro le trivelle aveva visto protagonisti, accanto agli ambientalisti e alle Regioni direttamente interessate dai progetti, i Cinquestelle. Davvero un’era geologica fa, se si pensa che oggi, divenuti forza trainante del “governo del cambiamento”, gli stessi Cinquestelle, attraverso il loro ministro dello sviluppo nonché vicepresidente del consiglio Di Maio hanno autorizzato l’apertura di nuovi pozzi nel ravennate e l’avvio di prospezioni nel mare Jonio. Secondo Di Maio si è trattato di decisioni obbligate, conseguenza formalmente inevitabile di scelte compiute dai governi precedenti, ma non è così: l’attuale esecutivo è in carica da sei mesi, ha avuto tutto il tempo per adottare i provvedimenti necessari a fermare i pozzi e le ricerche.
La verità è un’altra. L’ambiente è il grande assente dal celebrato “contratto” Lega-Cinquestelle e fino a oggi non c’è traccia nelle politiche del governo Conte di quei valori, programmi, obiettivi – lotta ai cambiamenti climatici e all’inquinamento, messa in sicurezza del territorio, meno mobilità su strada e più trasporto ferroviario – che pure hanno occupato a lungo un posto centrale nel discorso pubblico grillino.

Nel mondo cresce la consapevolezza che per stabilizzare il clima occorre mettersi alle spalle al più presto l’epoca dell’energia fossile, dalla Germania alla Cina l’energia solare ed eolica si sta affermando come la principale risorsa energetica e alimenta (anche in Italia grazie a centinaia di imprese innovative) un’industria che dà lavoro a milioni di persone. Questo cambiamento si avverte anche in Italia nel dinamismo di centinaia di imprese “green”, ma nella nostra politica è invisibile: siamo passati da chi come Renzi sosteneva a spada tratta gli interessi dell’industria dell’energia fossile agli odierni “giallo-verdi” – giallo-verdi abusivi, almeno quanto al verde – che semplicemente dell’ambiente se ne fregano, come dimostrano questo via libera alle trivelle e ancora più vistosamente la legge di bilancio appena approvata che sull’ambiente prevede poco più di zero.Spiegano i fisici che dove c’è il vuoto prima o poi arriva qualcosa a riempirlo. Oggi in Italia il “vuoto” di proposte politiche “verdi” è assoluto. C’è da sperare che prima delle elezioni europee di maggio che vedranno gareggiare dalla Germania alla Francia all’Olanda all’Austria partiti Verdi dal solido e crescente consenso, qualcuno arrivi a colmarlo.


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