L’attualità della lezione di Vittorio Foa: “conquistare” la politica per cambiare


Per ricordare a dieci anni dalla morte Vittorio Foa – antifascista, padre costituente, dirigente della Cgil e di più formazioni partitiche della sinistra italiana, oltreché raffinato intellettuale e scrittore – domani pomeriggio 30 ottobre si terrà al Polo del ’900 di Torino un ricordo collettivo, a conclusione del quale Diego Coscia reciterà la lezione Pensare il mondo con curiosità di Leonardo Casalino.

È il secondo appuntamento del decennale: il 22 ottobre scorso, infatti, si è svolta una giornata di studio al Senato, organizzata da quest’ultimo e dall’Archivio centrale di Stato sulla base del programma stilato dallo storico Andrea Ricciardi e da me. A guidare la giornata è stata la volontà di capire se l’azione politico-sindacale e gli scritti di Foa siano, oltreché un importante materiale di studio, punti di riferimento cui guardare per affrontare il preoccupante e violento spaesamento che stiamo attraversando.

Nel rispetto di questo intento gli interventi della giornata, tenuti da studiosi come Marco Bresciani, Chiara Colombini, Fabrizio Loreto, Giovanni Sci-rocco, oltreché dallo stesso Ricciardi e da me, così come le riflessioni di Anna Foa, Bettina Foa e Pietro Medioli nella tavola rotonda conclusiva, hanno ricostruito i diversi e complessi passaggi dell’esperienza intellettuale e politica di Foa, mettendo in luce la sua capacità di guardare alla realtà e alla memoria, quindi a se stesso, per capire e conoscere. Capacità che gli ha consentito nel corso di una vita quasi centenaria di non accomodarsi mai nell’opprimente sicurezza partitico-ideologica, che fa spesso smarrire la consapevolezza della propria azione.

Basti pensare che nel 1979 Foa si ritirò dalla politica attiva per quattro anni perché aveva bisogno di studiare e di riflettere su quanto era accaduto e stava accadendo: egli aveva chiaro che quanto più l’azione politica rinuncia alla conoscenza e al pensiero tanto più viene fagocitata dagli automatismi e dal linguaggio irrilevante, tema che lo assillava nella fase finale della sua vita e sul quale ha riflettuto nel nostro ultimo scritto Le parole della politica (Einaudi 2008). Del resto egli aveva inteso la politica come ricerca razionale basata su conoscenza e pensiero fin dalla giovinezza, che trascorse per la gran parte recluso dai fascisti in carcere, dove si dedicò allo studio per capire i fenomeni di quel tempo, come ad esempio la genesi del nazionalismo, primo responsabile delle tragedie novecentesche, e più in generale per sottrarsi alla noia e allo sgomento provocate dall’ignoranza e dalla vuota retorica proprie del fasci-smo.

Va da sé che conoscenza e coscienza, e con esse l’esercizio del dubbio e di una curiosità mai sazia verso il mondo e verso se stessi, abbisognano – e al tempo stesso incrementano il bisogno – di autonomia di giudizio e di comportamento; quell’autonomia che permette di «resistere sempre, in modo intransigente, al dominio arbitrario di altri su noi stessi» facendo i conti con tutte le difficoltà, le rotture, i fallimenti, i tormenti che ciò comporta. Non appare casuale il fatto che Vittorio Foa nella sua azione politica, e soprattutto sindacale, privilegiò proprio il tema dell’autonomia intesa tanto come autoaffermazione soggettiva quanto come autogoverno e autodeterminazione, cioè capacità del singolo e dei soggetti collettivi di controllare il proprio destino. Autonomia, egli scrive ne Le parole della politica – significava in tal senso «partecipare alla trasformazione, voler cambiare la società, voler creare spazio per chi non ce l’ha, ma standoci dentro, senza aspettare che il problema venga risolto da altri».

Si capisce allora la sua militanza giovanile nelle formazioni di Giustizia e li-bertà, il movimento liberalsocialista privo di vincoli disciplinari e ideologici, e poi sopratutto l’attività sindacale: il sindacato, infatti, era per Vittorio Foa il soggetto deputato a guidare la lotta politica dal basso, ad affrontare il nodo costituito dal rapporto fra distribuzione e concentrazione del potere, cioè fra il potere distribuito nelle autonomie, come i consigli e i movimenti di massa, e quello concentrato nelle autorità capitaliste e in quelle statali. In gioco c’era non la conquista del potere ma la ricerca delle condizioni che permettono agli individui di conquistare la politica, non di essere sopraffatti da essa, opponendosi con la conoscenza e l’indipendenza intellettuale alle forme plurime dell’arbitrio.

Questa ricerca costituiva per Vittorio Foa il senso primo della politica e la modalità con cui l’ha praticata è la sua eredità più importante tanto che es-sa sembra oltrepassare l’ambito specificamente storico-politico, cioè legato alla contingenza dei tempi, per porsi come riflessione filosofica e proprio per questo come esortazione sempre valida rivolta a tutti, in particolare a chi intende dedicarsi attivamente alla politica e, si può aggiungere, alla si-nistra e al centrosinistra attuali tanto appiattiti sul presente e tanto smarriti.


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