La recessione è alle porte. Ma la legge di bilancio è ancora da decidere


Quello che si temeva almeno da tre mesi si è puntualmente verificato. La crescita economica si è arrestata e adesso l’Italia mostra il segno meno (-0,1% del Pil nell’ultimo trimestre) come avevano anticipato le principali istituzioni economiche internazionali la scorsa estate. La situazione della nostra economia è peggiorata, almeno nella diretta percezione di investitori mercati imprese e famiglie, con la presentazione della legge di Bilancio per il 2019 che mentre viene votata alla Camera sappiamo già che sarà sostanzialmente modificata al Senato e quindi sarà discussa e approvata in terza lettura di nuovo alla Camera nei giorni attorno a Natale.

Gli interventi sulle pensioni e il reddito di cittadinanza, con le diverse formulazioni finora emerse, il condono e una “riforma” fiscale che rischia di creare nuovi buchi nei conti hanno creato preoccupazione in Europa e nel mondo finanziario sulla stabilità del nostro Paese. Dopo la deludente sottoscrizione del Btp Italia, è arrivata la doccia fredda del Pil negativo. E’ solo un segnale, per ora, ma ci sono purtroppo tutte le condizioni per un deterioramento della congiuntura economica, già minacciata sul fronte internazionale dalle guerre commerciali, dalle tensioni tra Russia e Usa, dalla incerta dinamica dei tassi di interesse in Europa.

Basta osservare la caduta della capitalizzazione di Borsa, l’allargamento dello spread, i flussi di capitale verso l’estero, il congelamento della ripresa e la crisi dell’occupazione per comprendere come sia necessario rimettere al più presto il Paese sui binari di una rigorosa politica finanziaria ed economica. Un obiettivo che il ministro dell’Economia Tria vorrebbe perseguire se non fosse isolato nella maggioranza, escluso persino dai vertici a Palazzo Chigi in cui si parla di manovra. Tanto che bisogna chiedersi perché il ministro non abbia già deciso di dimettersi di fronte a offese così gravi? Gli hooligans del governo, Di Maio e Salvini, hanno concesso un’apparente disponibilità a negoziare ma la maggioranza, nelle sue varie componenti presenta quantità industriali di emendamenti alla legge di Bilancio. Il presidente del Consiglio Conte dichiara la volontà di andare incontro alle richieste della Commissione Ue per evitare le sanzioni della procedura d’infrazione. Per ora, per la verità, si è visto ben poco di rettifiche concrete, ci sono dichiarazioni di buona volontà e la promessa di limature qui e là. I vicepremier Di Maio e Salvini sostengono di non voler fare la guerra all’Europa, ma non è escluso che vogliano solo prendere tempo e avvicinarsi alla campagna elettorale per il voto europeo con tutto l’armamentario propagandistico utile alla loro causa. La strada da percorrere sembra quella di un abbassamento del deficit dal 2,4%, scritto nella legge di Bilancio, al 2% come vorrebbe Bruxelles. Se così fosse, bisogna recuperare una decina di miliardi, con tagli di spesa o nuove tasse.

In attesa di verifica bisogna prendere per buone le ipotesi di correzione della manovra che si prospettano in parlamento da qui al 31 dicembre. Reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni potrebbero slittare o essere in parte svuotate dei contenuti originari per alleviare il peso sui conti pubblici. Se così fosse ci sarebbe probabilmente un avvicinamento con la Commissione Ue e la maggioranza di governo offrirebbe qualche assicurazione agli ambienti imprenditoriali che nelle ultime settimane hanno fatto sentire le loro proteste. Queste critiche al governo da parte del mondo imprenditoriale e della società civile sono significative, ma non è apparso ancora nessuno nel monto politico in grado di rappresentare e di sintetizzare questi interessi e questi umori profondi del Paese. Le forze di opposizione rimangono marginali al confronto politico e sia da Forza Italia sia dal Pd non sono uscite proposte forti o segnali di radicale cambiamento. Inoltre appare sorprendente l’afasia del sindacato, protestano i padroni ma non le confederazioni. Come mai? Forse il sindacato è stato conquistato dalle politiche del lavoro o da quelle fiscali di leghisti e grillini? Qualche lamento si è sentito solo negli ultimi giorni dal mondo sindacale di fronte alla sciagurata proposta tasse-incentivi sulle auto ventilata dal governo che sembra fatta apposta per distruggere quel che resta dell’industria automobilistica in Italia.

In questa palude politica Lega e M5s continuano a dominare i sondaggi, in particolare il leader leghista Salvini che ha portato a casa il provvedimento sulla sicurezza, pur tra mille polemiche. Mentre la Lega mantiene la sua forza e pare raccogliere sempre più consensi, i grillini sembrano pagare la varietà delle posizioni interne al movimento. In Parlamento si sono creati piccoli gruppi di parlamentari pentastellati che esprimono posizioni autonome, ad esempio sul decreto sicurezza o sull’immigrazione, rispetto a quelle del governo. Per ora non è in discussione la tenuta della maggioranza, ma in Parlamento non sono da escludere cambi di casacca tra i gruppi parlamentari come è successo in passato. In casa Cinque Stelle, ad esempio, si dice che se ci fosse una crisi della maggioranza, toccherebbe al premier Conte e non a Di Maio guidare il Movimento per le successive elezioni. Sono voci e ipotesi, ma come spesso succede nel teatro della politica italiana possono diventare realtà.


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