La K-Flex di Roncello non c’è più. Dopo 113 giorni di sciopero e presidio


Un bullone dopo l’altro, le linee di produzione le hanno smontate allentando un bullone dopo l’altro, girando rapidamente la chiave fino a quando il tondino esagonale d’acciaio non è slittato fuori dalla vite e un altro pezzetto della K-Flex non è stato sciolto dal legame che la teneva saldamente radicata – imbullonata – al territorio di Roncello.

Così me lo sono immaginato, vivendo e rivivendo questa storia, l’ultimo atto di questo dramma del lavoro. Un atto che si è consumato quando il sipario si era già chiuso, coprendo, con il suo rosso porpora, le imbarazzanti nudità di quel capannone, ormai privato, pezzo dopo pezzo, dell’anima e del cuore produttivo.

La lotta dei 187 operai

k-flex, la fabbrica che non c'è
Il pancale dei turni nell’occupazione della K-Flex

E la trama di questo dramma è rimasta un copione difficile da cancellare nella vita di 187 persone che c’hanno provato, ma provato sul serio, a lottare contro forze infinitamente più grandi di loro – il capitale, la macroeconomia, la crisi globale, la legislazione sul lavoro nell’Unione europea, i flussi, il silenzio della politica, l’avidità degli uomini – e hanno perso la loro battaglia personale senza perdere mai di vista l’obiettivo più grande, la loro dignità di lavoratori.

Perché è certo che in 187 si sono visti recapitare la lettera di licenziamento, come è certo che per 113 giorni hanno retto botta alle avversità, paralizzando un processo di delocalizzazione che, non fosse stato per loro, sarebbe partito, di nascosto, la mattina del 28 dicembre 2016. Se non che…

L’allarme parte a dicembre

Se non che, in quella tranquilla mattina di vacanza, il tam tam potente degli operai, tra i pochi dentro lo stabilimento e i tanti a casa con le famiglie e l’albero di Natale addobbato, segnalò movimenti strani, linee in procinto di essere smontate, camion che andavano e venivano. E in pochi attimi si svegliò la mobilitazione, in una manciata di minuti il grosso degli operai si ritrovò davanti ai cancelli pronto alla lotta e il sindacato venne avvertito.
Il resto è storia, una delle pagine più belle e tragiche di questo scorcio di inizio secolo, vergata con l’inchiostro della resistenza e della solidarietà. Nero, evidente, riconoscibile, come quei segni di pennarello tracciati su un pancale, a scandire, colonna dopo colonna, mese dopo mese, i 113 giorni di sciopero e presidio, in una delle foto simbolo dei 187 della K-Flex e della loro lotta.

k-flex, il prodottoDa fabbrichetta a multinazionale

Se li senti, se ascolti quelle voci, quel dialetto, generoso, sincero, quegli accenti che ti riportano ai 20 paesi d’origine, oltre all’Italia, di operai che in quella realtà produttiva a Roncello avevano costituito una sorta di internazionale del lavoro, capisci quanta vita è trascorsa in quei 28 anni di storia.

Dai primi 12 dipendenti arruolati dal patron, Amedeo Spinelli, nel 1989, ai 243 – solo in Brianza – che costituivano il polo centrale dell’azienda nel 2017, di una fabbrichetta diventata multinazionale proprio grazie alla loro dedizione e alla loro professionalità, con oltre 10 sedi sparse in tutto il mondo, nei posti che contano come gli Stati Uniti o in quelli esotici dell’economia e della finanza 4.0 come Dubai. Facevano gomma, un prodotto isolante, una materia prima preziosa ed evoluta che da quel puntino sulla cartina della Lombardia distribuiva in ogni angolo del pianeta la sostanza di quei tubi prestigiosi e richiestissimi, plasmati nei vari distaccamenti.

Il picchettaggio, le tende, la cucina da campo…

Oggi quello stabilimento non esiste più. Le ultime voci nel piazzale dei cancelli si sono allontanate la mattina del 15 maggio 2017, dopo le 113 giornate di picchettaggio trascorse al freddo e al caldo sotto le tende montate il 24 gennaio. Con la cucina da campo da 80 pasti al giorno, i turni per la pulizia e per i pernottamenti, i responsabili stampa e la presenza, costante, della Filctem Cgil. Il sindacato è stato l’unico soggetto rimasto al loro fianco sotto la pioggia e sotto il sole. I politici, anche quelli che oggi comandano, Salvini e Di Maio, si sono alternati sulla passerella che tutta l’Italia si mise a sbirciare. Per una foto opportunity e un bel post sui social. Per poi dileguarsi senza lasciar traccia.
In rappresentanza dello Stato sono rimasti solo i soldi, quei 30 milioni di euro di incentivi che Spinelli si mise in tasca negli anni e che gli diedero la spinta decisiva per spiccare il volo, portando in Polonia il cuore della produzione ma lasciando a terra 187 donne e uomini che negli anni gli avevano messo a punto il business.

Una lezione di dignità

Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso. Mi è capitato di citarla più volte, questa frase di Ernesto Che Guevara, ricordando i 187 della K-Flex. Che hanno perso il lavoro, il contratto a tempo indeterminato, impossibile da riagguantare alla loro età e in quel territorio di flessione economica e di fughe.

Ma non hanno perso mai la loro dignità, anzi, hanno dato una lezione di dignità a tutti e hanno aperto un processo che ha restituito ai colleghi, nei casi come il loro, la cassa integrazione per cessazione, cancellata dal Jobs Act.
Nel cuore portano quei giorni di presidio, di passione e solidarietà, come uno dei ricordi più belli della loro vita. Un paradosso che ci insegna, parafrasando il Che, che chi perde, in fondo in fondo, può anche vincere.

Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1
https://www.radioarticolo1.it/audio/2019/06/21/41035/k-flex-cronaca-di-un-abbandono

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