La destra sovranista e populista all’attacco della scienza


Il Ministro della Sanità, Giulia Grillo, ha revocato i 30 membri non di diritto del Consiglio Superiore di Salute. L’atto, legittimo da un punto di vista giuridico, è stato considerato privo di ogni giustificazione scientifica da parte del presidente uscente del Consiglio Superiore di Sanità, Roberta Siquilini, ordinario di Igiene presso l’Università di Torino. E, a quanto pare, Giulia Grillo le ha dato ragione: siamo il governo del cambiamento, ha detto, e dobbiamo cambiare. «È tempo di dare spazio al nuovo».

Si potrebbe discutere sulle funzioni del Consiglio che deve coadiuvare il ministro nella definizione della politica sanitaria del paese. Si potrebbe discutere anche di come i membri non di diritto di questo Consiglio hanno assolto al loro mandato, durato poco meno di un anno.

Ma il metodo della revoca, quello è difficile da accettare. Non ci è stato comunicato nulla prima e mai il ministro ci ha ricevuto in questi sei mesi, dicono molti degli esclusi. «Nulla di simile mi era mai accaduto prima», afferma Silvio Garattini, il fondatore dell’Istituto Mario Negri che ha fatto parte del Consiglio Superiore di Sanità per quindici anni filati. Con lui escono scienziati di grande valore e anche di diverso orientamento culturale, da Giuseppe Novelli a Bruno Dallapiccola.

Tutto potrebbe essere registrato come un semplice (semplice?) atto di sgarbo istituzionale. Il ministro aveva diritto di fare quello che ha fatto e poco male se non si è contraddistinta per educazione. Tanto più che si è impegnata a nominare un Consiglio Superiore di Sanità con componenti non di diritto di assoluto prestigio. 

E, tuttavia, il sospetto è che non si tratta solo di “cattiva educazione”. C’è qualcosa di più profondo. Una coazione a ripetere da parte dei governi della destra populista.

Intanto non è il primo caso di un malinteso diritto allo spoil system. Nei giorni scorsi è stato revocato, ex abrupto, il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), Roberto Battiston. L’Agenzia è stata commissariata, senza giustificazione. Poco dopo il governo ha indicato alla presidenza dell’ISTAT, l’istituto nazionale di statistica, Gian Carlo Blangiardo, un professore in pensione che certo la statistica la conosce, ma che è anche considerato una persona molto vicina alla Lega e al ministro dell’Interno, Matteo Salvini.

Lo stesso atteggiamento liquidatorio nella forma e nella sostanza dei rapporti tra governo e istituzioni scientifiche, qualche lettore lo ricorderà, si ebbe con i governi Berlusconi. Memorabile fu il conflitto che oppose il ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Letizia Moratti, e il presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Lucio Bianco. Con il solito metodo, senza preavviso, Letizia Moratti commissariò il CNR, estromettendo Lucio Bianco. Il presidente del massimo Ente di ricerca italiano non accettò l’atto di imperio. E ricorse in tribunale: non c’è nessuna giustificazione per il commissariamento dell’Ente, sostenne. Il tribunale gli diede ragione e lo reinsediò alla presidenza. Un attimo dopo Lucio Bianco si dimise, dimostrando nel medesimo tempo rispetto del ruolo istituzionale, schiena dritta ed eleganza. Correva l’anno 2003.

I governi Berlusconi fecero questo e altro ancora, dimostrando quanto esposta fosse la scienza alla (in)cultura della destra populista. La comunità scientifica non ha imparato molto da quella esperienza. Perché non è riuscita a creare un fronte compatto di opposizione alle prevaricazioni.

Si dirà: è una faccenda italiana. Grave, ma tutto sommato limitata.

Nei giorni scorsi la rivista scientifica inglese Nature, considerata la più prestigiosa al mondo, ha lanciato un allarme: cari scienziati, attenzione! Le destre sovraniste e populiste sono al governo in molti paesi democratici: dagli Stati Uniti al Brasile, dall’Ungheria all’Italia, dalla Polonia alla Turchia. E uno dei loro tratti comuni è il disprezzo per la cultura che spesso di manifesta in un aperto attacco alla scienza. A rischio non è solo la ricerca scientifica, ma la stessa democrazia. 

Perché la democrazia – ricorda la rivista inglese – si regge su tre pilastri: il diritto (la legge è uguale per tutti); la libertà di stampa e la libertà di ricerca. Ebbene, quest’ultimo pilastro è picconato o potrebbe esserlo a breve in diversi paesi. Nella Turchia di Recep Tayyip Erdogan, per esempio, dove a decine studenti, ricercatori e docenti universitari sono stato mandati in prigione negli ultimi anni. Anche nel Brasile del nuovo presidente eletto, Jair Bolsonaro, molti scienziati – in particolare quelli che ritengono imprescindibile la fine della deforestazione in Amazzonia e la lotta ai cambiamenti climatici – potrebbero presto trovarsi in difficoltà. Bolsonaro intende infatti rimettere in discussione la politica ecologica del paese (posizione legittima) prescindendo e persino negando la validità però (posizione non degna di una democrazia matura) delle indicazioni della comunità scientifica.

Ma gli attacchi vuoi alla libertà di ricerca e/o la disconnessione tra comunità scientifica e politiche dei governi riguardano anche paesi di forte tradizione democratica. Negli Stati Uniti, per esempio, il presidente Donald Trump ha messo sotto tutela l’Environmental Protection Agency, l’agenzia federale che si occupa di ambiente, nel tentativo di evitare che contrapponesse evidenze scientifiche contrarie alla sua politica sul clima. O in Australia dove l’ex ministro dell’educazione, Simon Birmingham, ha posto il veto sull’erogazione di 11 grant per 3 milioni di dollari.

Ma l’esempio più eclatante lo abbiamo proprio qui in Europa. Il rettore della Central European University di Budapest, Michael Ignatieff, ha dichiarato che d’ora in poi recluterà gli studenti a Vienna, in Austria, a causa della forte avversione del governo ungherese.

Nature ha dedicato due servizi nel suo ultimo numero agli attacchi alla libertà di ricerca e di insegnamento. Dimostrando di essere preoccupata e individuando la fonte in maniera esplicita la fonte del pericolo per le democrazie: il populismo sovranista. Tutti i paesi citati come a rischio, Italia compresa, hanno infatti governi che vengono definiti populisti e sovranisti. Nature ha lasciato la parola proprio a Michael Ignatieff per spiegare il perché: «Ciò che è sbagliato nel mondo non è il nazionalismo in sé, ma è il tipo di nazione, il tipo di casa che i nazionalisti vogliono creare e i mezzi che usano per raggiungere i loro fini». Tra questi mezzi c’è anche l’attacco più o meno esplicito alla libertà di ricerca.

Nelle democrazie liberali, gli scienziati sono classe di governo e le loro istituzioni sono dotate di ampia autonomia. Nei paesi governati dalle destre sovraniste e populiste, gli scienziati sono considerati potenziali oppositori e le istituzioni scientifiche roccaforti da conquistare.

Forse è esagerato richiamarsi al fascismo e al nazismo. Ma tra i passaggi autoritari nella resistibile ascesa di Mussolini e Hitler vi fu anche il sistematico attacco alla libertà di ricerca. Clamoroso, per esempio, fu la cacciata del fondatore di del Consiglio Nazionale delle Ricerche del suo fondatore, il grande matematico Vito Volterra: colpevole di non essere fascista. E non servì certo come riparazione la sua sostituzione con un uomo di valore, come Guglielmo Marconi. Restava l’atto d’imperio. L’esibizione del potere.

Fin qui le analisi. Ma Nature va oltre le analisi. Chiama la comunità scientifica a mobilitarsi per difenderlo quel terzo pilastro della democrazia. A far sentire la propria voce in modo chiaro e netto a favore della libertà di ricerca.

Senza illudersi di poter scendere a compromessi per salvare il salvabile. Perché quando sia apre una crepa, è la diga intera che rischia di crollare.


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