Il tunnel di Yehoshua che unisce identità, intime e politiche


Zvi Luria, ingegnere settantaduenne specializzato nella costruzione di strade e tunnel e, dopo una vita al servizio dei Lavori Pubblici, ormai in pensione, scopre di essere destinato alla demenza senile: ha vuoti di memoria, in particolare con i nomi di battesimo, e, fatta la risonanza magnetica, la lesione alla corteccia cerebrale appare. E’ minima ma incombe. Il neurologo gli spiega però che il decorso della malattia è diverso da individuo a individuo. E dunque Zvi Luria, ingegnere, ergo uomo razionale, ne deduce che d’ora in poi dovrà combattere contro il proprio stesso cervello… Luria possiede per sua fortuna un’ottima arma di altra lega: è il sentimento che lo unisce da quarantotto anni a sua moglie Dina, medico pediatra e donna saggia. Il medico, constatato il legame, ha consigliato a entrambi di tornare a fare l’amore spesso. Ma è la macchina familiare nel suo insieme – Zvi e Dina hanno due figli adulti, Yoav e Avigail – a mettersi in moto per rallentare il cammino della demenza. Il figlio maschio lo spinge a partecipare alla festa per il pensionamento di quel Divon che era stato suo collaboratore e la sera, nel suo ufficio di un tempo, Zvi conosce il giovane uomo che l’ha rimpiazzato; Dina, da parte sua, suggerisce che il marito possa tornare sul campo, a fianco di questo successore, Maimoni, fornendogli in chiave volontaria la propria competenza in fatto di strade e cavalcavia. Il giovane ingegner Maimoni e il suo anziano assistente Luria ora sono a duecento chilometri a sud di Tel Aviv, sul limitare del gigantesco cratere Ramon, nel deserto del Negev. Tra le carte del progetto di scavarvi un breve tunnel si rimpiatta la storia di una famigliola palestinese che ha perso la propria identità e, non più araba né ebrea, si è rifugiata in quella terra di nessuno appigliandosi a un’identità antecedente a tutto, quella antichissima dei Nabatei. Ma non ci sarà anche lo zampino di qualche superpotenza alleata di Israele? Intanto la trama del romanzo prosegue come un fiume nel suo letto: Zvi si confronta col progredire della nebbia nel proprio intelletto, una collana di nomi scivola via dalla sua mente, gli tolgono la patente di guida, diventa un uomo irrazionale mosso da impulsi e associazioni, ma impara anche a chiedere aiuto, fino a un repentino, stoico epilogo che non ci aspetteremmo da Abraham B. Yehoshua.
“Il tunnel” (Einaudi, pp.338, euro 20, traduzione di Alessandra Shomroni) è il nuovo romanzo dell’ottantaduenne scrittore israeliano. Dalla cassetta degli attrezzi stavolta Yehoshua ha estratto l’ “as if”, quel “e se…” che è alla base della maggioranza di intrecci narrativi: “e se il mio cervello mi abbandonasse?” si è evidentemente chiesto. Ma è poi solo suo, è “yehoshuano”, l’intreccio di scritture: il realismo col quale costruisce sotto i nostri occhi, svolgendone l’iter burocratico, amministrativo e tecnico, il piccolo tunnel, lungo 185 metri e largo 6, con i suoi pannelli fotovoltaici; e la meravigliosa disinvolta sapienza con cui, di pagina in pagina, esplora la valenza metaforica della storia. Zvi Luria guarda il proprio cervello – cioè, come dice, contempla se stesso – nella lastra della risonanza. Ma si riflette anche in quella shakshuka che ha cucinato dopo aver comprato, distratto, al mercato troppi chili di pomodori e che ora nella padella, coi tuorli d’uovo che galleggiano nel liquido, davvero assomiglia a una materia cerebrale. Si cerca nella cavità del Ramon, grandiosa e ignota, offuscata da nuvole che vi volteggiano. Dialoga con l’Intelligenza Artificiale del navigatore in macchina. Non è il suo cervello, infine, la terra in cui la macchina affonderà per costruire il tunnel? 
Yehoshua ha un posto peculiare nel nostro mercato: è un grande romanziere vivente (il solo?) che riesca a campeggiare nella top ten presidiata dai titoli “pop”. Di romanzo in romanzo – siamo a 13 tradotti in Italia – il lettore ritrova in lui uno scrittore amico: rintraccia, cioè, una trama che sa raccontare se stessa ma che apre, intanto, scenari epocali, qui di nuovo l’intricato dramma israeliano, ma anche la condizione di Luria, settantenne come tanti nella parte di mondo che invecchia, destinato a vivere ancora a lungo e bisognoso di sentirsi utile. Trova la scrittura affabile con cui Yehoshua ti accalappia e ti porta nel suo mondo crepuscolare, tra sonno e veglia…
Per apprezzare del tutto“Il tunnel” bisogna stavolta fare attenzione all’epigrafe: “Alla mia Ika (1940-2016). Infinito amore” è la dedica. Rivka, detta Ika, è la moglie morta, dopo un cinquantennio insieme, mentre Yehoshua scriveva questo romanzo. Come fa qui nei panni di Dina, è apparsa molte volte sotto mentite spoglie nelle sue storie. Si sa, l’israeliano è un Tolstoj al contrario: è attratto dall’enigma delle famiglie felici. Qui, per voce di Zvi Luria, riassume il delicato mistero del legame a cui la morte della moglie ha messo fine. Era così: “Lei mi aspetta sempre, e io aspetto lei”.


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