I valori non sono un fatto privato Riportiamo gli ideali al centro della politica


Anticipiamo l’introduzione del libro di Laura Pennacchi “De valoribus disputandum est. Sui valori dopo il neoliberismo” (Mimesis Edizioni) in libreria nei prossimi giorni.

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In questo libro parto dalla contestazione dell’opinione corrente secondo cui “de gustibus, et de valoribus, non est disputandum” – un’opinione apparentemente di senso comune, in realtà basata sulla fallace equiparazione epistemologica dei “valori” a “gusti e a “preferenze”, compiuta in primo luogo dalla disciplina economica – e sostengo, al contrario, che “de valoribus dispuntandum est”. Di qui il latino parzialmente maccheronico a cui ricorro. E di qui, per la natura interdisciplinare della materia trattata, il fatto che il libro si muove a cavallo di più discipline: la filosofia, l’economia, l’antropologia, la sociologia.

L’ostracismo dato alla discussione dei valori nella sfera pubblica, da una parte accompagna i processi di “depoliticizzazione” e “dedemocratizzazione” in atto ormai da molti anni, dall’altra è alla base del disorientamento e dello smarrimento culturali odierni, alimentanti molti fenomeni di populismo, che a loro volta, però, incorporano paradossalmente domande valoriali inevase. Al disorientamento concorrono il radicarsi dello scetticismo e del relativismo, che nega che i valori possano essere veri o falsi, e la diffusione di espressioni come “postverità”, che mettono tutto sullo stesso piano. Nell’ostracismo dato ai valori quanto ha agito la latitanza, rispetto alle sue stesse origini profondamente umanistiche, del pensiero filosofico di matrice illuministica, da Heidegger alla “decostruzione” operata da Foucault e dalla sua scuola?

In effetti, il secolarismo liberale – che, con la speranza di neutralizzare le pulsioni distruttive delle guerre di religione, ha confinato le credenze metafisiche e le convinzioni assolute, dunque anche quelle valoriali, in un territorio extrapolitico e extrapubblico, nella sfera privata, operandone una sorta di privatizzazione che lega la loro apprezzabilità a uno statuto di mutismo politico – coincide con un “deflazionismo filosofico”. Il secolarismo, cioè, ritenendo che le questioni poste a decisione pubblica vadano formulate solo in termini che non richiedano di fare appello agli impegni morali individuali (ritenuti per definizione inconciliabili, incomparabili, non negoziabili), induce a calare un velo di trascuratezza e di sottovalutazione su dissensi pregni di credenze significative su cosa è vero e cosa è falso, cosa è giusto e cosa è ingiusto, cosa è moralmente apprezzabile e cosa no. L’esito di questa sottrazione al discorso pubblico delle questioni valoriali si risolve in una difficoltà di loro sottoposizione all’argomentazione, all’esame critico, alla verifica razionale, al dibattito collettivo, al dialogo intercomunicativo.

L’esito può anche essere una sorta di deresponsabilizzazione delle credenze assolute (fino al limite delle aberrazioni del fondamentalismo e del terrorismo), ma anche una indifferenza, o una impotenza, di fronte al conflitto morale, filosofico, religioso. Le soluzioni secolarizzate, che pretendono di approcciare al meglio il fatto del “pluralismo dei valori”, si rivelano così particolarmente vulnerabili al fatto del dissenso e del conflitto tra valori. È per queste ragioni, per rimediare a questi deficit, che con questo libro propongo di lavorare a costruire una “teoria dei valori” e un quadro razionalizzato di possibilità di “ideali” e di “fini”, sottraendo i valori alla sfera privata irriflessa a cui sono stati consegnati in ottemperanza all’interdetto weberiano fatto/valore e riconsegnandoli a una possibilità di argomentazione razionale pubblica, di discernimento, di valutazione analitica, di vaglio critico, di interazione comunicativa. Tutto ciò richiede di superare la rigida nozione di “razionalità strumentale” imposta come dominante dalla disciplina economica – che oggi si pretende “scienza della natura” e non più “scienza morale e sociale”, tanto più in conseguenza della lunga egemonia neoliberista – e di adottare una nozione più spessa di razionalità in termini di “ragionevolezza”, carica anche di sentimenti e di passioni. Ma tutto ciò ci può anche restituire la possibilità di tornare a ragionare sulla “vita buona” – come ha cominciato a fare la terza generazione di interpreti della scuola di Francoforte – e di coglierne gli embrioni nelle idee di una rinnovata “centralità del lavoro” e della costruzione di un “nuovo umanesimo” radicato in un alternativo “modello di sviluppo”, a cui affidare il rilancio dell’Europa.

Nel libro, a partire dalla considerazione delle relazioni che legano l’ostracismo dato alla discussione dei valori nella sfera pubblica e i populismi contemporanei con la loro coesistenza di vuoto valoriale e domande valoriali inevase, offro spazio ai drammi politici dei nostri giorni. Ripercorro i processi più di fondo sottostanti al relativismo e allo scetticismo odierni, il nichilismo e il decostruzionismo e le loro implicazioni, il secolarismo liberale e il deflazionismo filosofico conseguente. Faccio risalire alla sistemazione positivista dello statuto epistemologico della disciplina economica la frattura etica/economia e alla generalizzazione del modello della “razionalità strumentale” che ne è conseguita una delle cause fondamentali dell’espulsione dei fini e dei valori dall’ambito del razionalmente tematizzabile e indagabile.

Su tali onde ricostruttive, passando per una rilettura delle tematiche della reificazione e dell’alienazione e della “vita offesa” (da Lukacs a Horkeimer e Adorno, a Marcuse agli autori appassionati oggi a tali tematiche), discuto i nessi tra dimensione morale e dimensione politica e rileggo le problematiche dell’”autenticità riflessiva”, alla ricerca delle tracce degli antecedenti di una riflessione sulle “forme di vita”. “Trasformazione” è la parola chiave – per cui un’attenzione particolare è dedicata all’afflato trasformativo, valoriale e morale, del New Deal di Roosevelt – per approdare alla riproposizione dell’attualità di una trattazione esplicita e forte di “valori” e “fini”. Concludo suggerendo due ricadute pratiche decisive di tutto questo percorso: la fuoriuscita del “lavoro” dall’invisibilità politica in cui lo si è lasciato precipitare e il rilancio valoriale dell’Europa.


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