I giovani e la ricerca delle le musiche senza avere le informazioni sui titoli


Che la musica registrata si ascolti in modi molto diversi dal passato, anche recente, ce ne siamo accorti tutti. E non è solo questione di quali supporti, solidi o “liquidi”, siano all’origine di quell’ascolto, ma anche e soprattutto di cosa venga prima o dopo: gli annunci e i “disannunci”, come si diceva nel gergo radiofonico. Mezzo secolo fa, quando in Rai esisteva ancora la Commissione di Ascolto che selezionava i dischi da trasmettere o non trasmettere, esisteva addirittura una clausola, “previa adeguata presentazione”, che veniva applicata a quelle canzoni che la Rai non riteneva che potessero essere trasmesse, a meno che qualcuno non le spiegasse prima.

Un esempio? “Mi sono innamorato di te” di Tenco, perché il testo continuava così: “…perché non avevo niente da fare”, e in viale Mazzini (e in Vaticano, probabilmente) non si pensava che fosse un buon esempio per i giovani. Del resto, con l’eccezione di alcune trasmissioni-contenitore nelle quali si passavano dischi uno dopo l’altro, e gli annunci e disannunci erano tutti raggruppati all’inizio e alla fine, tutti i dischi venivano presentati. E quando le radio “libere” spazzarono via la Commissione di Ascolto (la abolì il presidente Rai Paolo Grassi, come primo atto della sua riforma), la verbosità delle presentazioni dilagò sull’etere.

Ma allora, non solo in Italia, si parlava e si scriveva di musica dappertutto ed estesamente, e uno dei riferimenti concettuali più usati era quello dei generi: in particolare, dalla fine degli anni Sessanta si cominciarono a coniare nuove etichette di genere, che andavano a specificare e ramificare i generi esistenti (folk rock, country rock, jazz rock, progressive rock, eccetera, e in Italia nasce proprio allora il concetto di canzone d’autore), lasciando definitivamente alle spalle le nomenclature della prima metà del secolo, che associavano i generi ai balli, dal tango e dal foxtrot al twist, al madison, all’hully gully. Concetti complessi, quelli nuovi, che incorporavano una varietà di prospettive (i testi, il sound, lo stile dell’abbigliamento, i comportamenti), e che non erano riducibili a una formula ritmica.

Uno dei rotocalchi italiani per giovani di quegli anni, non certo una rivista di etnomusicologia o di antropologia, dedicò un articolo ampio e dettagliato per spiegare ai lettori quali erano i generi in circolazione e come si distinguevano, e quali erano gli artisti più rappresentativi. Per il pubblico di allora, e fino ad almeno una quindicina di anni fa, sapersi districare fra i generi era una delle forme più apprezzate di competenza musicale. Chiedere a qualcuno: “Che genere di musica ascolti?” era impegnativo e informativo (per chi sapesse interpretare certe tracce) quanto chiedere: “Di che segno sei?” Del resto ricordo ancora come fosse ieri (e ne ho scritto anche per ragioni “scientifiche”) quel gendarme francese che dopo aver fermato il furgone del gruppo nel quale suonavo, e dopo aver chiesto cosa facevamo lì, alla risposta “Siamo musicisti” a sua volta domandò: “Quel genre de musique?” Sapeva bene cosa fare se avessimo risposto “reggae” o “heavy metal”: una bella ispezione del bagagliaio e un alcol-test del guidatore. Noi rispondemmo: “Classique”, e ci lasciò andare.

Ma dalla fine degli anni Novanta le stazioni radio iniziarono ad automatizzare la creazione delle “scalette” (playlist) della musica da trasmettere, e si cominciò a parlare di automatizzare anche gli annunci, rendendo superflui i discorsi dei presentatori/dj. Col passare degli anni ci siamo abituati sempre più ad ascoltare scalette generate automaticamente dal nostro iPod, e poi dai servizi di streaming. Da molto tempo, ormai, se vuoi sapere il titolo di un pezzo che hai ascoltato alla radio devi andare sul sito dell’emittente, o usare Shazam (se fai a tempo a estrarre lo smartphone prima che il pezzo finisca). Il titolo e l’artista, e se va bene l’album. Che relazioni, che rapporti con altra musica? E col mondo? E, nel frattempo, le recensioni sulla stampa sono diventate sempre più rare, le riviste musicali anche (due testate storiche come Melody Makere NMEhanno chiuso, negli ultimi vent’anni, e anche in Italia sono rimaste in piedi riviste di nicchia, per collezionisti: di questi rivolgimenti nella stampa musicale si è occupato di recente un articolo del Guardian).

Non ho dati empirici per poter dire con certezza che tutte queste siano le premesse di un cambiamento culturale o antropologico, ma spesso ho l’occasione di notare – e me lo riferiscono anche genitori, educatori, musicisti – che se si chiede a un adolescente di oggi quale genere di musica preferisca, o ascolti abitualmente, la risposta è uno sguardo nel vuoto, come se uno avesse chiesto: “Con che carrozza vai a scuola?”. Poi, nel caso, viene esibito il telefonino, e viene offerto un esempio concreto di quella musica preferita (da Spotify, o in un video di YouTube). Niente di più del titolo o dell’artista. Scavando, qualche nome di genere salta fuori: trap, rap, “elettronica”.

Un apocalittico dei nostri giorni direbbe, con dubbia soddisfazione, che le multinazionali della discografia, dei media e dell’informatica hanno fatto il loro dannato lavoro, ma se si va a vedere di quali equivoci, pasticci e danni autoinflitti sia costellata la strada delle “innovazioni” degli ultimi quarant’anni o poco meno (dal CD in poi), si deve perlomeno formulare il dubbio che non si sia trattato di un piano diabolico, ma di quello che il marxismo chiamava “distruzione delle forze produttive”. Gli educatori, comunque, ne tengano conto: la struttura concettuale della loro conoscenza della musica è andata perduta tra i cosiddetti millennials, o meglio, non è mai stata costruita. Che in cambio siano state sviluppate capacità e competenze nuove è del tutto possibile. Chissà.

 

 


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