Fine vita, la Consulta e il gioco delle perle di vetro


La decisione di non decidere, espressa il 24 ottobre dalla Consulta sul caso di Marco Cappato, accusato di aiuto al suicidio di Dj Fabo, nome d’arte del disc jockey Fabiano Antoniani, è stata salutata con grande soddisfazione da entrambe le parti coinvolte. E qui sorgono o dovrebbero sorgere i primi dubbi, perché quando in un duello non ci sono perdenti ma solo vincitori è evidente che qualcosa non ha funzionato. E’ contento Marco Cappato, che parla di “un risultato straordinario” con “la Corte che ha riconosciuto le nostre ragioni”, ma è contenta anche l’avvocato dello Stato Gabriella Palmieri che, sulla sponda opposta, può sempre sostenere che l’articolo 580, un lascito del codice Rocco di epoca fascista che punisce l’aiuto al suicidio, rimane, almeno per il momento, all’interno del nostro codice penale. Una sconfitta o una vittoria? E soprattutto, chi è che ha davvero vinto?

Per capirlo è bene isolare tre passaggi diversi. Il primo riguarda la scelta di non scegliere, che ovviamente è l’aspetto che più ha colpito media e commentatori. Secondo i malevoli, la ragione starebbe nella spaccatura all’interno della Corte che avrebbe registrato una divisione insuperabile tra giudici laici e giudici cattolici: in mancanza di un parere unanime, la soluzione sarebbe stata il rinvio della palla al Parlamento, prendendo un anno di tempo per raggiungere un accordo al momento introvabile. Per i più ottimisti (e tra questi Gustavo Zagrebelsky, già presidente della Corte costituzionale) la ragione sarebbe invece un’altra: la Corte avrebbe in realtà già maturato una decisione in merito, ma non avrebbe voluto forzare la mano al Parlamento su un argomento così delicato come la gestione del fine vita. Secondo questa visione, la Corte avrebbe addirittura indicato la propria opinione, come dimostra un passaggio del comunicato della Consulta che anticipa l’ordinanza, non a caso riportato da tutti i giornali: “L’attuale assetto normativo sul fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti”.

Più che “decidere di non decidere”, insomma, la Corte costituzionale avrebbe “scelto di non dire”, lasciando però intendere che la propria posizione nei confronti della costituzionalità dell’articolo 580 è piuttosto negativa. D’altro canto, se la Consulta avesse deciso di “salvare” il contestato articolo, avrebbe potuto farlo subito, semplicemente respingendo perché inammissibile il ricorso presentato dalla Corte d’Assise di Milano, come chiesto dall’Avvocato dello Stato. Cosa che, come sappiamo, non è avvenuta.
Il secondo aspetto riguarda la data entro la quale il Parlamento dovrebbe trovare una soluzione al problema. La Corte costituzionale ha infatti indicato la prossima udienza in materia per il 24 settembre 2019: quel giorno, se non ci saranno state iniziative parlamentari in questo senso (cioè una legge sul fine vita che non si limiti al testamento biologico ma affronti anche il tema del suicidio assistito se non dell’eutanasia) la Consulta emetterà il proprio giudizio definitivo. E’ un passaggio forte, perché anziché limitarsi a un generico appello o a un inutile monito, i giudici costituzionali ricorrono a quello che a molti è apparso come un vero e proprio ultimatum.

E arriviamo al terzo aspetto, il più delicato: siamo sicuri che il Parlamento, questo in particolare, abbia voglia di accelerare i tempi su un tema così delicato? Davvero i partiti che hanno oggi la maggioranza e sono alla ricerca perenne del consenso (quello virtuale dei sondaggi, ma anche quello reale delle elezioni europee del prossimo maggio) vorranno arrampicarsi su un tema così spinoso e divisivo? Anche se i commentatori si sono tutti concentrati sui primi due aspetti (la non decisione e l’ultimatum) riteniamo che proprio questo, il ruolo del Parlamento, sia l’elemento chiave per capire la strategia della Corte e le sue possibilità di successo. Le quali, a dire il vero, non ci sembrano così elevate.

Quello della Consulta, tanto per essere chiari, appare come un disegno teorico, un sofisticato Gioco delle perle di vetro, che se aveva un senso nelle pagine raffinate di Herman Hesse, lo ha assai meno in quelle della cronaca parlamentare di questi giorni, anzi anni, ricordando, come diceva Rino Formica senza troppe cortesie, che “la politica è sangue e merda”. Escluso dunque un ravvedimento del gioco politico, è assai difficile che quello delle perle di vetro ideato dalla Consulta possa andare felicemente in porto. Vorremmo sommessamente ricordare la bellissima e terribile lettera aperta che Pier Giorgio Welby scrisse il 24 febbraio 2009 al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano chiedendo che il Parlamento affrontasse, seriamente, il tema dell’eutanasia che Pier Giorgio chiedeva per sé e per i malati come lui: di quella lettera vi è ancora traccia in un libro di Welby dal titolo “Ocean Terminal”, del dibattito non è rimasta nemmeno una virgola. E vorremmo dimenticare, ma non ci riusciamo, che la legge sul testamento biologico pubblicata in Gazzetta Ufficiale all’inizio di quest’anno ha rischiato seriamente di non venire votata perché finita in fondo all’elenco delle urgenze che il governo Gentiloni aveva messo in calendario prima di concludere il proprio mandato: per rovesciare quell’elenco e votare quella legge in zona Cesarini c’è voluto il messaggio accorato di Papa Francesco inviato alla World Medical Association sulla non legittimità dell’accanimento terapeutico: “Occorre un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”. Parole forti che inducono a una riflessione aggiuntiva: perché se “sventurata è la terra che ha bisogno di eroi”, come diceva il Galileo di Brecht, anche quelli che dipendono dalle parole del Papa non se la passano bene. E che dire degli ultimi due governi, quello di centrosinistra e questo gialloverde, che uno dopo l’altro si sono costituiti parte civile contro il ricorso alla Consulta proprio sul caso Cappato-Fabo? Un “atto dovuto”, si è detto a ragione, ma proviamo a immaginare che forza dirompente avrebbe avuto l’annuncio pubblico di non schierare il governo in una simile vicenda: il fatto di non averla voluta compiere, quella scelta, la dice lunga sulla sensibilità della politica nei confronti di questi temi.

Salvo miracoli, che come è noto non possono essere previsti, è dunque altamente improbabile che il Parlamento possa raccogliere la sfida della Consulta e varare una legge coraggiosa sul fine vita nei tempi indicati. Molto più probabile immaginare che dopo qualche iniziale discussione ci troveremo il 24 settembre del prossimo anno con un nulla di fatto. E con la Consulta che, questa volta chiaramente, dichiarerà che il reato di aiuto al suicidio non è compatibile con altri diritti costituzionali come il diritto all’autodeterminazione. A quel punto, con una norma che non c’è più e una legge che non ci sarà ancora, si creerà inevitabilmente un vuoto legislativo. Ma se è questo il film che vedremo prossimamente, una domanda diventa inevitabile: non era meglio decidere subito? Davvero vogliamo perdere un altro anno cullandoci nell’illusione di una discussione che non si terrà e di una legge che non si farà? Perché questo, non altro, è l’esito del Gioco delle perle di vetro messo in piedi dalla Consulta. A meno che l’obbiettivo, a pensar male, non fosse davvero un altro: ma in questo caso la figura di riferimento non sarebbe più Herman Hesse, ma Ponzio Pilato.

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