Di Maio-Salvini, se nessuno spezza l’alleanza di lotta e di governo


Da qualche settimana assistiamo a un fenomeno pressoché inedito nella storia politica della Repubblica: la nascita di un’alleanza di lotta e di governo.

L’alleanza di governo è quella tra Lega e Cinque Stelle che si fonda sul famoso contratto che dovrebbe guidare l’azione dell’esecutivo presieduto da Giuseppe Conte e cercare di dirimere le controversie che si possono creare lungo il percorso. L’alleanza di lotta è sempre quella tra Lega e Cinque stelle e consiste invece in una sorta di spartizione del ruolo dell’opposizione tra Di Maio e Salvini.

Di volta in volta il capo leghista e quello grillino occupano, a turno e in modo prepotente, lo spazio che il sistema democratico assegna all’opposizione per contrastare l’azione del governo, controllare gli atti che vengono compiuti e indicare una possibile alternativa. In assenza di un’opposizione vera – sbiadite sia quella del Pd che quella a sinistra del Pd, inesistente quella di Forza Italia – quello spazio non viene lasciato libero ma viene occupato dalle stesse forze di governo. Che in questo modo governano e si oppongono nello stesso tempo.

Giuseppe Conte con Jean-Claude Juncker

Ora, è del tutto evidente che questo schema non è stato deciso a tavolino e che spesso non c’è una vera e propria strategia dietro. Eppure se ci fate caso da un po’ di tempo accade proprio questo. Se Salvini urla contro i migranti e minaccia fuoco e fiamme (come nel caso della navi Sea Watch e Sea Eyes), Di Maio veste i panni del buon samaritano e spinge il premier a dire: o sbarcano nei nostri porti o me li vado a prendere con l’aereo. Se dal quartier generale Cinque stelle torna la contrarietà alla Tav Torino-Lione, il capo della Lega tuona contro i retrogradi e annuncia la partecipazione a una manifestazione a favore. Lo stesso schema si riproduce su tanti altri temi: dal reddito di cittadinanza alle pensioni fino alla proposta grillina della cannabis libera sulla quale si è scatenata in queste ore la contraerea leghista.

Questo significa che l’alleanza giallo-verde va a gonfie vele e che non c’è alcun rischio di crisi? Assolutamente no. Anche perché la crisi di questa stramba formula politica c’è ed è evidente: le roboanti promesse elettorali si stanno infrangendo una a una contro il muro della realta o contro quello, molto piu robusto, della incapacità e dell’incompetenza.  E proprio questo spinge i protagonisti del presunto cambiamento a supplire alle carenze – o meglio: ai fallimenti – con l’agitazione propagandistica e con l’opposizione incrociata che galvanizza i rispettivi elettorati.

Stiamo assistendo,  insomma, a delle scosse di assestamento in vista delle elezioni regionali ed europee. Sia Di Maio che Salvini hanno tutto l’interesse – ed è un interesse che per il momento li lega – a coltivare il proprio campo. Il primo ha capito che ha il “fianco sinistro” scoperto e quindi comincia ad accarezzare temi cari all’elettorato progressista (l’accoglienza dei migranti, l’aiuto dei più deboli, il no alla Tav e un certo ambientalismo finora dimenticato). Il secondo cerca di rafforzare la sua natura di destra-destra (quindi guerra ai migranti, ampliamento del concetto di legittima difesa e sì alla Tav e a tutti i temi caldi che stanno a cuore al profondo Nord) che in questi mesi gli hanno consentito di compiere un clamoroso, ma mai verificato, balzo in avanti nei sondaggi.

Per avere la conferma di questo andamento basta osservare anche con attenzione come è cambiato il profilo del premier Conte. Prima uomo di terza fila, quasi un vice-vice premier, dedito a una faticosa e a volte inutile opera di mediazione, oggi invece sempre più alla ribalta. Attento a curare i rapporti istituzionali sia in casa (il Quirinale) che fuori (la commissione Ue e il Vaticano). Deciso a far prevalere un volto meno truculento del governo ma soprattutto del Movimento Cinque stelle che resta il suo punto di riferimento. Conte ha capito (e con lui forse anche Di Maio, Di Battista e Grillo) che a destra lo spazio non c’è per niente e che a sinistra invece ne resta molto in attesa che il Pd decida che cosa fare da grande.

L’impressione quindi è che da qui alle elezioni di maggio il quadro resterà movimentato. Che ci possa essere una crisi prima appare un’ipotesi al momento del tutto infondata. Che cosa succederà dopo dipenderà dai risultati. Dipenderà da quanto realmente consistente sarà l’avanzata della Lega e da quanto realmente drammatico il crollo dei Cinque stelle. Quei numeretti potranno aprire qualunque scenario di riequilibrio all’interno della coalizione. Sembra difficile però che possano mandare all’aria il governo, se non altro perché non si vede all’orizzonte alcuna alternativa vista la fragilità dell’opposizione.

A meno che dalle urne non escano un Salvini meno robusto e un Di Maio meno disastrato rispetto a quelli oggi rappresentati dai sondaggi. E a meno che il Pd dopo le primarie non torni a fare politica – come si faceva a suo tempo, per fare un solo esempio, dialogando con gli alleati della cattivissima Dc – e la smetta di coltivare quell’oscuro e inconcludente isolamento nel quale si è rinchiuso da quasi un anno e che lo sta condannando all’irrilevanza.


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