Bajankey, un viaggio infinito e una sola certezza: “il mio sindacato”


“Il sindacato ha cambiato la mia vita”. Le parole di un bracciante dimenticato da Dio e dagli uomini valgono oro. Valgono di più. Trascinato dal destino in questo strano Paese, che per lui rappresentava un sogno di progresso e invece si è rivelato un incubo di regresso, qualche anno fa – sei, sette, non l’ho capito bene nel suo italiano veloce e confuso – ha abbandonato la Sierra Leone e le sponde atlantiche dell’Africa Occidentale per ritrovarsi a Ravenna. L’ho cercata sul mappamondo la Sierra Leone, tanto per rendermi conto di dove fosse esattamente e di quanto fosse distante la Romagna. Per tracciare quella linea immaginaria che unisce il punto A, la partenza – appena un centimetro, forse meno, sopra l’equatore – al punto B, l’arrivo, sulle spiagge della riviera. Quattro dita in tutto, ma quanta vita si è consumata lungo quelle quattro dita non lo saprò mai. Perché, una volta tanto, tradendo la missione del giornalista, sempre a caccia della verità, forse, ma soprattutto, senz’altro, della notizia, non ho cercato di farmi raccontare la storia che avrei voluto sentire, non gli ho chiesto se nel suo cammino si fosse imbattuto in gommoni o barconi di fortuna, carceri libiche o scafisti. Mi sono fatto piccolo piccolo e mi sono nascosto dietro al microfono acceso, ho cercato di scomparire, lasciandolo libero di raccontarmi la sua storia. E in quel momento, rimasto in balia dei suoi pensieri, quest’uomo nero come la pece di 32 anni, nel suo italiano velocissimo e pasticciato, ha tirato fuori parole pesanti come pietre. Gridando la sua rabbia, nella confusione della musica sparata a tutto volume dalle casse del palco, aspettando che partisse il comizio dei sindacati dell’agroindustria, ho sentito il rumore di queste parole, il tonfo che facevano, una ad una, mentre affondavano nello stagno dell’indifferenza che per troppo tempo lo ha circondato, creando cerchi concentrici di verità e di giustizia. Il sindacato ha cambiato la mia vita. Un titolo, un manifesto, un riconoscimento, il più importante, al sindacato di strada della Flai Cgil. Questa pratica antica ha mostrato, in pochi anni, tutta la sua attualità. L’impegno rinnovato ci ha svelato che il tempo di Giuseppe Di Vittorio e le lotte di quei braccianti sono le stesse da combattere oggi nel nostro Paese, al sud come al nord. Perché il contorno di questa parte sfruttata di mondo non risponde alle regole della latitudine, ma solo a quelle del paesaggio. E dove la campagna si apre ai nostri occhi, lì, quasi ovunque, scopriamo storie di sfruttamento e di povertà umana e sociale.

Il nostro uomo si chiama Bajankey. Sul telefonino me l’ha scritto direttamente lui, perché non avevo idea di come tradurre correttamente in forma grafica quella parola musicale e così allegramente e apertamente africana. Se lo digiti su Google non ti dà niente, neanche se gli accosti, nella ricerca, “etimologia”. Persino il nome ha un suono esotico e sincero, una provenienza lontana e irrintracciabile. Eppure, con tutto quel mondo che ci separa, di questa Italia sembra averne capito più lui, in questi pochi anni di campi e ghetti, che molti di noi in una vita intera. Ora ha lasciato Ravenna e già dal 2016 vive nella baraccopoli di Borgo Mezzanone, nella provincia di Foggia, la ex pista. In questo Paese strano che gli ha offerto per molto tempo solo tende, catapecchie, lavoro duro e disperazione, chissà cosa avrà pensato, Bajankey, quando ha scoperto che a Brembate, su ordine della Questura, i vigili del fuoco hanno dovuto usare rapidamente tutti i loro mezzi per rimuovere uno striscione di civilissima critica a Salvini in visita – un semplice e corretto “non sei il benvenuto” – mentre lì e negli altri ghetti, dove spesso la povertà genera roghi che uccidono uomini come lui, le autorità non hanno mai pensato nemmeno a un presidio antincendio d’emergenza e gli interventi si vedono solo a cose fatte. Quando ormai c’è solo da constatare decessi e spegnere relitti fumanti.

“Il sindacato ha cambiato la mia vita. In Flai Cgil ci sono brave persone, che vogliono bene ai cittadini. Aiutano tutti, stranieri e italiani. Ti spiegano le leggi, ti fanno capire i contratti, ti dicono quant’è il giusto salario. Sempre devo ringraziare loro perché loro cambiato mia vita”, mi dice senza incertezza. “All’inizio c’erano tante di quelle leggi che era impossibile capire, orientarsi. Poi ho chiesto a loro, al sindacato, e ho iniziato a venirne a capo. E adesso nessuno più prova a fregarmi. Prima lavoravo per un’azienda che in un anno mi ha versato poche settimane di contributi. Ogni giorno nei campi per 13, 14 ore, con una paga di tre euro l’ora. E alla padrona dovevo anche l’affitto di un posto dove dormire. Vivevamo in cinque in una stanza. Adesso, grazie alla Flai, nessuno riesce più a fregarmi”.

Eppure non è stato facile rivolgersi al sindacato. I padroni, ci spiega Bajankey, continuavano a dirgli, a lui e ai suoi compagni, che non dovevano farlo, perché il sindacato non aveva buone intenzioni e avrebbe provato a fregarli. Questo verbo torna spesso nel suo racconto, lo pronuncia con orgoglio quando può dire che quel timore è un ricordo lontano; con imbarazzo quando ammette di essere stato raggirato. Se mai dovesse esser vero che gli occhi sono lo specchio dell’anima, nei suoi, grandi, neri e liquidi, sembra di vederla la rabbia contro il mondo, la malinconia e la nostalgia della sua famiglia lontana, la voglia di combattere per se stesso e i suoi fratelli. Ma di italiani ne hai visti, in questi anni, nei campi con te? “Pochi, risponde. Perché gli italiani prendono di più: quando noi prende 3 euro l’ora, loro 5. Noi 5, loro 8. Solo così funziona la campagna”.

Ci risiamo, i soliti concetti, le stesse maledette strategie di sempre. Quella strisciante guerra tra poveri che divide tutti e lascia caporali e padroni a gestire comodamente la situazione. Una situazione di discriminazione continua: “gli stranieri non sono mai direttori o imprenditori. Al massimo ci sono i capi neri”, i caporali africani, temuti per la loro durezza. Uno schema da schiavismo legalizzato: padroni bianchi e capi neri per stringere il cerchio attorno all’esercito di braccianti.

Atterrato in questo dramma, da solo, molto giovane, senza parlare la lingua, con le mille difficoltà di una vita piena di rischi, Bajankey, a migliaia di miglia di distanza da casa, afferra la mano protesa dal sindacato e inizia a capire il mondo che gli gira intorno. “Adesso quando c’è un congresso o un appuntamento sindacale lascio il lavoro per andare, perché ci sono tante cose che devi capire. Il sindacato è importante. Tutto sono vero, non c’è falso, non c’è un passaggio falso”. Mi ripete alzando la voce, provocando la curiosità di chi ci sta intorno, e l’intervista diventa quasi un comizio. Le radici del lavoro, quello slogan che illumina il palco, sono lì davanti a me, nella saggezza e nella lucidità di Bajankey. Persino quello che dice della politica, “questo governo è nemico del progresso”, è perfetto per il livello di comprensione e di analisi che dimostra. Nei suoi discorsi il fuoco è alimentato da tanti fattori che, combinandosi uno con l’altro, sembrano aver provocato una reazione chimica esplosiva. La consapevolezza della sua condizione, raggiunta grazie al dialogo con il sindacato; la saggezza antica del suo Paese d’origine; l’ostinazione del migrante che lotta contro le ingiustizie; la fatica del lavoratore piegato dal peso della vita. In tutto il colloquio c’è solo una parola che non riesce a capire: sogno. Gliela ripeto, quella parola, ma continua a chiedermi di ripetere e si scusa per il suo italiano. Alla fine gli dico “Sogno…your dream!”. Ci riflette un attimo, poi mi dice che sono brutti i pensieri che gli restano al risveglio e prova a spiegarmi che vorrebbe semplicemente che un giorno un italiano si chiedesse perché un barattolo di pelati riesce a costare così poco.

In quel momento sembra un tribuno, nel sole di maggio che gli rimbalza sul viso, con il tempio di Ercole Vincitore sullo sfondo, l’erba verde che sale fino all’argine del Tevere. Tanta arte millenaria e tanta civiltà sembra inchinarsi al suono di quei pensieri, quasi a disagio di fronte a quelle storie sempre uguali di schiavitù nei campi. E mentre un manipolo di manifestanti si è fermato ad ascoltarlo e china la testa imbarazzato, Roma in persona sembra chiedergli scusa. E cedere il passo a queste parole che hanno surclassato il mascherone di marmo a pochi passi da noi. Stavolta la bocca della verità è quella di Bajankey, è sua la storia di questo pezzo di mondo in rivolta, cui la Flai Cgil, degna erede del sindacato dei braccianti e della lezione di Di Vittorio, tenta da tempo di dare un lieto fine.

 

Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1

https://www.radioarticolo1.it/audio/2019/05/13/40495/la-vita-vale-piu-di-3-euro-lora


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