Assia, giù Cdu e Spd La vera novità è l’avanzata dei Verdi


Angela Merkel traballa ma non cade. La große Koalition incassa una mazzata equamente distribuita tra le sue due componenti (meno 11% la CDU e meno 10 e rotti anche la SPD) ma, almeno per ora, non è alle viste la sua fine. La politica della Germania federale, che per decenni abbiamo considerato prevedibile fino alla noia, si colora sempre più di paradossi. Il voto nell’Assia, il Land di Francoforte, la capitale finanziaria del paese e dell’Europa, ha portato sulla scena tre fatti politici per niente scontati. Li proponiamo qui di seguito ma non in ordine d’importanza, perché sono tutti e tre molto importanti.

Primo: il successo dei Verdi. Non era imprevisto ed era stato anticipato in modo clamoroso nelle elezioni bavaresi di qualche settimana fa. I Grünen quasi raddoppiano i voti (dall’11 al 20%) e se la battono a colpi di decimali per il secondo posto con la SPD. Prendono voti da sinistra, dai socialdemocratici delusi dai compromessi e dalle vaghezze di programma del gruppo dirigente della SPD, e da destra, dai cristiano-democratici che temono una deriva illiberale specie in fatto di accoglienza degli stranieri e pensano che sui modelli di sviluppo imposti dal turbocapitalismo valga la pena di discutere, ma non sono un partito di protesta. Proprio loro che nacquero negli anni ’70 su una rottura nettissima con la politica tradizionale sembrano interpretare, oggi, un centrosinistra istituzionale, molto legato ai valori progressisti, sociali e liberali che ispirano la Costituzione tedesca, che è, come quella italiana, ben radicata nel sentire democratico. A Wiesbaden, la capitale dell’Assia, negli ultimi cinque anni hanno governato insieme con la CDU del Ministerpräsident Volker Bouffier e, dicevano i sondaggi prima del voto, i loro ministri erano considerati i più efficienti, quelli con le idee più chiare anche sui dossier più sentiti dalla popolazione, come il mercato degli affitti e la razionalizzazione dei trasporti. Sono molto di più di un partito ambientalista, anche se dalle prime analisi del voto risulterebbe che a portare loro molti consensi aggiuntivi sia stato l’inquietante caldo africano di quest’ultima estate tedesca: prova provata che il Riscaldamento Globale esiste davvero e che perciò è meglio affidarsi a chi lo denuncia da sempre piuttosto che a chi lo ha scoperto solo da poco.

Secondo: la battuta d’arresto della destra estrema. Gli xenofobi fascisteggianti di Alternative für Deutschland entrano nel Landtag, il parlamento regionale, che era l’ultimo nel quale non erano rappresentati. Avanzano al 12 dal 4% che avevano avuto nelle ultime elezioni regionali, nel 2013, ma restano al palo rispetto al voto federale dell’anno scorso. Segno che quell’avanzata inarrestabile del nazionalismo sovranista che molti vedevano in tutta Europa, un po’ per interesse politico, un po’ per ingenua propensione ai luoghi comuni, non c’è affatto. Le nuove destre arrembanti si collocano in una forchetta tra il 10 e il 18% e più in là non vanno in quasi tutto il continente. Il “quasi”, è ovvio, rimanda innanzitutto all’Italia, dove Salvini, almeno nei sondaggi, viaggerebbe ben oltre. La differenza sta nel fatto che mentre in Germania, come in Francia, nei Paesi Bassi, in Scandinavia, in Gran Bretagna e via elencando i partiti estremisti di destra sono isolati e vengono lasciati fuori dal gioco democratico dagli altri, qui da noi non è così. Non fu così al tempo di Berlusconi e non lo è con i Cinquestelle. Comunque, il voto nell’Assia, come quello in Baviera, come quello di settembre in Svezia segnalano chiaramente che la cavalcata delle walkirie sul parlamento europeo il 26 maggio dell’anno prossimo probabilmente non ci sarà, almeno non nelle dimensioni sognate da Salvini e Di Maio (perché le sogni pure Di Maio, poi, è un mistero) e temute da legioni di pavidi commentatori politici.

Terzo: la große Koalition e la cancelleria di Angela Merkel. La signora cancelliera deve ringraziare Volker Bouffier al quale, nel disastro che si annunciava da settimane, è riuscito un piccolo, grande miracolo: quello di contenere le perdite rovinose della CDU entro il limite che gli permetterà comunque di conservare la guida del Land. Sempre che i Verdi confermino l’alleanza, non chiedano per loro stessi, come avrebbero il diritto di fare, la presidenza e non sia necessario, come sembrava dai primi risultati, avviare una difficile trattativa con i liberali della FDP se i seggi di CDU e Verdi non bastassero a fare una maggioranza.

Ma se Frau Merkel resterà in sella, almeno per il momento, la sua groKo appare in crisi profonda perché in crisi profonda sono i due elefanti politici che le hanno dato vita. I partiti dell’Unione in due settimane hanno preso due batoste micidiali, il 14 ottobre la CSU in Baviera e ora la CDU in Assia. Le analisi del voto dicono che hanno perso solo in piccola parte a destra, verso gli estremisti di AfD, a dimostrazione di quanto fosse insensata la strategia di inseguire gli xenofobi anti-migranti praticata con cinica miopia dal bavarese Horst Seehofer, ministro federale dell’Interno. Moltissimi elettori se ne sono andati a sinistra, verso i Verdi, attratti – così dicono le analisi dei flussi elettorali – dalla loro maggiore competenza sui dossier importanti: ambiente, va da sé, ma anche politiche abitative, trasporti pubblici, gestione del welfare e – dato importantissimo – dal loro atteggiamento “più umano” e più “solidale” sulla questione dell’immigrazione.

E la SPD? La presidente del partito Andrea Nahles ha ripetuto dopo lo choc di Wiesbaden quello che aveva detto, in modo abbastanza chiaro e onesto, dopo la tragedia di Monaco: gli elettori non ci hanno seguito perché le nostre posizioni non sono riconoscibili, i nostri programmi non sono convincenti, da Berlino arrivano soltanto segnali di divisione, di confusione e di lotte personalistiche. Il 14 ottobre Nahles aveva promesso che sarebbe cominciata una discussione molto seria nel gruppo dirigente socialdemocratico. Se c’è stata, se è almeno cominciata non è dato sapere. Quel che è certo è che le legnate nelle elezioni non sono arrivate come una sorpresa per chi aveva previsto le conseguenze che avrebbe portato con sé la scelta, fatta alla fine dell’anno scorso dopo mesi di travaglio, di accettare la riproposizione della grande alleanza con i partiti dell’Unione. Fu una scelta compiuta nel nome della responsabilità nazionale e per garantire la stabilità del sistema, insidiato anche dal primo apparire dell’estremismo di destra nel Bundestag, scontando il malumore e l’opposizione aperta di una buona parte della base del partito.

Le grandi coalizioni non hanno mai fatto bene alla politica tedesca, perché riducono gli spazi di confronto e appiattiscono la democrazia. È la lezione che viene dal passato della Repubblica federale, ma stavolta c’è un fattore di crisi in più, che non consiste soltanto nella necessità di accettare e praticare i compromessi inevitabili in una coalizione tra partiti con ispirazioni diverse. La socialdemocrazia tedesca è in crisi come moltissima parte della sinistra in Europa perché non ha saputo gestire le conseguenze della globalizzazione, non ha saputo proporre un pensiero economico alternativo all’austerity, né un’idea di riforma dell’Unione europea. La Linke, il partito della sinistra più radicale, ha raccolto una parte, non enorme, della scontentezza dell’elettorato popolare nei confronti della SPD salendo oltre l’8% dei voti: più 3% rispetto al 2013 e qualcosa in più rispetto alle elezioni federali. Il grosso lo hanno raccolto i Verdi e ne hanno trovato il frutto nelle urne elettorali.


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