Achille, Rossana e gli altri “matti”: quella sfida per ritrovare la vita


“Tu vorresti essere una volpe?”. “Una volpe come questa sì. E tu?”. “Io lo sono già”. Si chiama Achille e si sente già una volpe: come quella de Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, che amava leggere annotando su un quadernetto tutte le parole e le frasi che gli entravano nel cuore. E’ uno dei quattro protagonisti del libro “Virgole inesauste” di Maria Rosa Tinti, una psicologa che ha lavorato per più di vent’anni nel Servizio di salute mentale di Orzinuovi, un centro in provincia di Brescia. Un piccolo avamposto nella battaglia per una psichiatria senza muri e senza sbarre, sull’onda della rivoluzione di Franco Basaglia e della sua legge (la “centottanta”, come abbiamo imparato a chiamarla). Ecco, questo libro è il racconto di questa avventura, compiuta insieme all’equipe di Graziano Valent, lo psichiatra direttore del centro. Sempre in tensione nel tentativo di aprire le porte che si sono chiuse, le menti che si sono rabbuiate, i cuori che si sono inariditi nei labirinti di qualche manicomio o di quale rigida istituzione psichiatrica.

Achille, Elia, Rossana e Lucio, ognuno con la sua storia drammatica, sono gli attori sulla scena di questa lunga marcia verso una possibile liberazione. Sono le loro storie, in questo libro denso di passione, a scandire i passaggi: l’avvicinamento, il rifiuto, il no gridato a gran voce, poi una mano che si tende, una parola che incontra un’altra parola, la fiducia negata e ritrovata, a tratti la gioia per un’altra possibilità. Ognuna di queste vite è un romanzo in sé. Lo è per la sensibilità che esprimono i protagonisti, per la loro voglia di ritrovarsi. Lo è per le scene che restano impresse: le due psicologhe sedute su un davanzale di una finestra con le tapparelle abbassate che cercano pazientemente di trovare uno spiraglio di luce nel buio verso quell’uomo rinchiuso in se stesso e nelle sue paure; oppure lui che comincia a camminare all’indietro perché in quel modo vuole assecondare la propria vita che sta tornando indietro nel tempo; un altro che vuole denunciare per sevizie i medici di un reparto ospedaliero e detta le parole alla psicologa che diligentemente le annota e poi, su richiesta, le consegna, con l’avvertenza di non procedere, a un maresciallo dei carabinieri che si rivela un sostegno prezioso.

Sono tutti episodi che raccontano il limite estremo della follia, il suo attestarsi sull’orlo del mondo. E svelano l’incomunicabilità che è molto spesso all’origine del perdersi, l’incomprensione che accompagna il viaggio dei “matti”, quel rifiuto della diversità rispetto alle ferree regole della normalità fissate dal pensiero dominante che produce lacerazioni dopo lacerazioni. Ferite profonde sempre più difficili da curare.

Dietro questo lavoro paziente di chi cura – fatto di passi avanti e di ritorni indietro, di fermate inattese e di svolte improvvise – c’è un’idea del mondo e della vita. La chiave di questo libro è forse nella frase del filosofo Italo Valent che precede l’introduzione: “Il vero miracolo – ciò che in cuor nostro tutti attendiamo – non è cambiare le cose, ma attraverso le cose e con le cose lasciarci cambiare”. E’ questa idea dialettica del rapporto tra paziente psichiatrico e medico che guida l’azione di Maria Rosa Tinti e dei suoi colleghi di Orzinuovi. Così come, in modo potente, la guida la rivoluzione di Franco Basaglia che è stato il primo a buttare all’aria muri, fili spinati, letti di contenzione per ridare una dignità a quei matti fino ad allora trattati come numeri da annotare su una cartella clinica.

Sarà per questo che, leggendo queste pagine, viene in mente la vicenda umana di Alda Merini che ha vissuto sulla propria pelle, in modo feroce e drammatico, l’esperienza del manicomio e dell’elettroshock, poi diventata materia di molte sue poesie. Come di questi versi, tratti dalla raccolta Terra Santa: Viene il mattino azzurro / nel nostro padiglione: / sulle panche di sole / e di crudissimo legno / siedono gli ammalati, / non hanno nulla da dire, / odorano anch’essi di legno, / non hanno ossa né vita, / stan lì con le mani / inchiodate nel grembo / a guardare fissi la terra.

Ascoltate queste parole: odorano di legno, non hanno ossa né vita. Sono inerti. Perduti. Non-uomini. Non-donne.

Esattamente il contrario della vita che circola in questo libro che racconta di una grande passione. Per questo il libro di Maria Rosa Tinti è un libro non solo sui matti e sulla cura psichiatrica, ma sull’altro, sull’incontro, sul ritrovarsi. Un libro sulla vita. Perché sta proprio nel rapporto fecondo con l’altro – che oggi viene calpestato – il senso della vita. Un senso che nessuno può rinchiudere dietro le sbarre, alzando una barriera tra normalità e anormalità, tra noi e loro, tra noi e gli altri. Perché in fondo gli altri siamo noi.

 

 

 

Maria Rosa Tinti

Virgole inesauste – Figure di follia e di cura sulla scena dialettica della vita

Moretti&Vitali

Euro 20

 


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